DIPLOMATI ITP IN GAE: STORICA PRONUNCIA DEL TRIBUNALE DI ...

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Tutto il PMLI stretto a Mao. Monica Martenghi, molto applaudita, invita i militanti e simpatizzanti del PMLI a ispirarsi agli insegnamenti di Mao Urgo dà tutti gli elementi per capire e applicare gli insegnamenti di Mao Importanti interventi delle nuove Organizzazioni della provincia di Reggio Calabria, di Campobasso e di Nola. Quella di Putignano (Bari), non presente per motivi economici, ha inviato un impegnativo messaggio. Ricordati Melandri, Quibian e le vittime del coronavirus Grandi apprezzamenti di due compagni americani, di un filippino e di un membro del FGC di Cagliari al PMLI e a scuderi Superando anche le nuove difficoltà organizzative dettate dalle stringenti regole sanitarie per il coronavirus, il PMLI ha ricordato degnamente e con successo Mao nel 44° anniversario della sua scomparsa, avvenuta il 9 settembre 1976, con la pubblica e militante Commemorazione del grande Maestro del proletariato internazionale che, su iniziativa del Comitato centrale del Partito, si è tenuta domenica 13 settembre a Firenze, nella Sala delle ex Leopoldine in Piazza Tasso, nel quartiere popolare di San Frediano dove il Partito ha le sue storiche radici. Ogni Commemorazione di Mao è un evento politico speciale, un appuntamento militante che mobilita tutto il Partito, dai dirigenti, alle istanze di base fino ai simpatizzanti attivi, a fare uno sforzo straordinario per arricchire e proiettare in avanti la linea politica, strategica e tattica del PMLI, così da armarlo e attrezzarlo al meglio di fronte alle sfide che si aprono con la nuova stagione politica. Uno sforzo quanto mai necessario oggi, per chiarire al proletariato e alle masse lavoratrici e popolari la situazione attuale, caratterizzata da una delle più devastanti crisi, a livello sanitario, economico e sociale, che l'Italia abbia mai attraversato dal dopoguerra ad oggi. E per chiarire anche, a dispetto della propaganda del governo del dittatore antivirus Conte, che non siamo tutti nella stessa barca, che le barche sono due e distinte, quella delle forze del capitalismo e quella delle forze anticapitaliste, che la lotta di classe continua e deve continuare anche con la pandemia, e che il destino della barca del proletariato non può che essere quello di affondare la barca del capitalismo e approdare al socialismo. La rossa accoglienza Anche quest'anno il tema scelto per la commemorazione era di grande attualità e respiro strategico, “Gli insegnamenti di Mao sulla cultura del proletariato, sui marxisti-leninisti e sulla lotta per il socialismo”, brillantemente trattato a nome del Comitato centrale del PMLI dal compagno Angelo Urgo, che ha dato al Partito tutti gli elementi utili e indispensabili per capire a applicare gli insegnamenti di Mao alla situazione attuale e i nostri compiti. Risultato a cui hanno contribuito in maniera determinante anche l'importante discorso di saluto della compagna Monica Martenghi, i preziosi interventi di saluto dei delegati delle Istanze di base e dei simpatizzanti attivi del PMLI, in particolare delle nuove Organizzazioni, e i calorosi interventi di incitamento e di commento del Segretario generale, compagno Giovanni Scuderi. Ad accogliere i partecipanti, provenienti da ogni parte d'Italia, era la splendida Sala rossa addobbata con grande cura dalle commissioni di Organizzazione e di Stampa e propaganda del CC del PMLI, dal Comitato provinciale di Firenze, dalla cellula Nerina “Lucia” Paoletti di Firenze e da simpatizzanti attivi del Partito. In fondo alla Sala risaltava il rosso tavolo della Presidenza, dietro al quale campeggiava il bel pannello con il tema della Commemorazione scritto a grandi caratteri, affiancato dall'immagine di Mao sorridente che ispira le masse popolari di tutti i Paesi armate delle sue opere e degli altri grandi Maestri del proletariato internazionale. Dietro e i lati del tavolo e del podio per gli oratori, quattro gruppi di bandiere del PMLI e dei Maestri completavano la scenografia della presidenza. I muri perimetrali della Sala erano ravvivati da altre bandiere e da diversi manifesti del PMLI, tra cui quello ufficiale della Commemorazione, quelli elettorali per il No al referendum sul taglio mussoliniano dei parlamentari e per l'astensione alle elezioni regionali e comunali, quello con l'invito a firmare la petizione per riconquistare il diritto alla salute, il manifesto “Non siamo sulla stessa barca” e quello per il proselitismo. Vicino all'ingresso, ad accogliere gli intervenuti, un tavolo rosso con i libri, gli opuscoli, gli audiovisivi, le spille e altro materiale di propaganda del Partito. Un sottofondo musicale di canzoni popolari e partigiane e degli inni del Partito completava il clima di calda accoglienza dei partecipanti. Agli intervenuti, tutti dotati della prescritta mascherina, veniva misurata la temperatura ed erano invitati ad usare l'apposito gel disinfettante per le mani. Nella Sala le presenze erano limitate a 44 persone per rispettare il prescritto distanziamento, dando la precedenza alle compagne e ai compagni venuti da lontano. Gli altri partecipanti hanno dovuto restare all'esterno. Il compagno Giovanni Scuderi, facendo subito dimenticare le nuove difficoltà rispetto alle Commemorazioni precedenti, è stato come sempre sollecito e infaticabile, pur rispettando le necessarie regole di precauzione, nel voler salutare personalmente tutti i delegati e i simpatizzanti via via che arrivavano, contribuendo ad animare e riscaldare il clima di fraternizzazione che si è subito creato nella Sala, e rivolgendo a tutti parole di affetto e incitamento, e da tutti ricambiato con altrettanto affetto e calore. Il saluto di Monica Martenghi Puntualmente alle ore10, sulle note de “L'Internazionale”, i compagni dirigenti hanno preso posto al tavolo della presidenza, per necessità di distanziamento limitata a soli cinque compagni: il Segretario generale, affiancato dal compagno Urgo e dalla compagna Monica Martenghi, e alle estremità del tavolo i compagni Mino Pasca, Portavoce del PMLI e de “Il Bolscevico”, e il compagno Dario Granito, Responsabile della Commissione di organizzazione del CC del PMLI. Monica Martenghi, Direttrice responsabile de “Il Bolscevico” e Responsabile della Commissione donne del CC del PMLI, a nome del Comitato centrale del Partito ha aperto la Commemorazione per dare il benvenuto ai partecipanti e ha pronunciato un importante e applauditissimo discorso, pubblicato integralmente su questo numero del giornale. La compagna ha esordito ricordando le oltre 35 mila vittime del coronavirus, ma anche “del capitalismo e dei suoi governanti centrali, regionali e comunali che in questi ultimi trenta anni hanno distrutto la sanità pubblica”, invitando i partecipanti ad osservare un minuto di silenzio. Ha poi ricordato i compagni deceduti che hanno dato la loro vita alla causa del PMLI, del proletariato e del socialismo: Lucia, alias Nerina Paoletti; Battista Bruni, alias Tino; Cirano Biancalani; Angelo Cimmino; Vincenzo Falzarano; Giuseppe Lepore; Marco Marchi; Ferruccio Panico; Ferdinando Puglia; Lorenzo Santoro; Fabio Zannelli; Salvatore Zunica e Franco Melandri. A quest'ultimo compagno, essendo deceduto dopo la precedente Commemorazione, Martenghi ha tributato un toccante ricordo, tracciandone la biografia politica e mettendone in luce la grande umiltà, generosità e dedizione al PMLI e alla causa del socialismo: “Compagno Melandri, tu continuerai a combattere con noi per sempre, incoraggiandoci ad andare fino in fondo sulla via dell'Ottobre verso l'Italia unita, rossa e socialista”, ha detto la compagna tra gli applausi commossi della Sala, che subito dopo ha osservato un minuto di silenzio in suo onore, rispondendo al termine col grido “presente!” e a pugno chiuso al suo nome pronunciato forte da Martenghi. La compagna ha poi ricordato il compagno panamense Quibian Gaytan, anch'egli scomparso dopo la precedente Commemorazione, definendo la sua scomparsa “una grave perdita per il PC(ML)P, il PMLI, i marxisti-leninisti dell'America Latina e di tutto il mondo”: “Questo grande e stimato compagno, questo esemplare marxista-leninista, antirevisionista e internazionalista proletario, questo sostenitore appassionato del PMLI e de “Il Bolscevico”, non c'è più fisicamente ma spiritualmente sarà per sempre nella mente, nel cuore e nell'azione dei marxisti-leninisti italiani con i quali era in perfetta sintonia”, ha detto la compagna dopo averne tracciato con parole commosse la figura umana e politica, e anche in suo onore le compagne e i compagni hanno tributato un minuto di silenzio in piedi e il grido “presente!” a pugno chiuso. Successivamente Martenghi ha ringraziato tutti i presenti, e in particolare chi era venuto da molto lontano sopportando disagevoli e costosi viaggi; le compagne e i compagni, militanti e simpatizzanti del PMLI, che insieme alle Commissioni centrali e al Comitato provinciale di Firenze hanno permesso la realizzazione della manifestazione; chi non aveva potuto venire ma aveva inviato un messaggio di saluto; le compagne e i compagni che durante il lockdown hanno permesso a “Il Bolscevico” e al sito del Partito di continuare ad essere aggiornati; e ha stigmatizzato il vergognoso silenzio stampa che anche stavolta i media servi del capitalismo hanno osservato sulla Commemorazione. Un saluto particolare ha inviato alle nuove istanze nate dopo la precedente Commemorazione, le organizzazioni di Reggio Calabria, Campobasso, Nola (Napoli) e Putignano (Bari), ai due “valorosi e coraggiosi compagni americani” che hanno inviato calorosi messaggi pieni di elogi al PMLI e al Segretario generale, e al compagno filippino che nel suo messaggio ha definito “splendido” il discorso di Scuderi “Da Marx a Mao”. La presentazione di Urgo e il discorso di Martenghi Martenghi ha poi presentato il compagno Angelo Urgo, Segretario della cellula Mao di Milano e responsabile del Comitato lombardo del PMLI, tracciandone la biografia politica e mettendone in luce alcuni dei suoi principali contributi al Partito in Lombardia e a livello centrale. Ricordando che in un rapportino del 1995 il compagno rimpiangeva di non aver ancora potuto partecipare ad una Commemorazione pubblica del PMLI, la compagna ha così concluso tra gli applausi: “Ebbene, oggi eccolo qua, non solo come partecipante, ma addirittura come oratore, a nome del CC del PMLI, della commemorazione di Mao. Un bell'esempio per i giovani e giovanissimi che si sono avvicinati al Partito e che non sono riusciti ad essere oggi qui con noi. Ne ha fatta di strada”! Martenghi ha quindi svolto l'ultima parte del suo sintetico ma intenso discorso introduttivo, sottolineato ripetutamente dagli applausi calorosi della Sala e da esclamazioni di “brava, brava!” da parte del Segretario generale, denunciando con forza il governo del dittatore antivirus Conte come “il nemico principale del proletariato che bisogna combattere senza tregua fino ad abbatterlo. Come andranno combattuti e abbattuti i governi successivi, qualsiasi siano le loro formule e composizione e qualsiasi sia il premier – Draghi o l’aspirante duce d’Italia Salvini”. E ha invitato a non farsi illudere dalle briciole da esso concesse alle masse lavoratrici e popolari, ma a soffiare sul fuoco “perché l'autunno sia veramente caldo e che divampi la lotta di classe”. Ribadendo l'indicazione del compagno Scuderi che non siamo sulla stessa barca e incitando a respingere il “Grande patto per l'Italia” lanciato dal presidente di Confindustria Bonomi, la compagna ha incitato anche a convincere le elettrici e gli elettori a votare No al referendum sul taglio dei parlamentari, e in questo quadro ha espresso la solidarietà di tutto il Partito ai compagni Gianni Vuoso e Luigi Prodromo, identificati provocatoriamente dai carabinieri a Ischia mentre diffondevano il volantino del PMLI sul referendum. Infine, accompagnata da ininterrotti e scroscianti applausi, Martenghi ha concluso invitando a prendere esempio da Mao per dare un senso proletario rivoluzionario e marxista-leninista alla nostra vita, mettendo al primo posto la lotta di classe e gli interessi del Partito, del proletariato e della causa del socialismo. Il lancio delle parole d'ordine, ripetute due volte dai presenti a pugno chiuso, “Mao, Mao, Mao” e “PMLI, PMLI, PMLI”, senza soluzione di continuità con i calorosi applausi tributati alla compagna, ha chiuso degnamente il suo importante discorso. I calorosi messaggi al PMLI e a Scuderi Subito dopo Martenghi ha annunciato che una delegazione si accingeva ad andare a deporre l'omaggio floreale del Partito alla lapide dedicata ai martiri di Piazza Tasso trucidati dai fascisti repubblichini il 17 luglio 1944, invitando i presenti a salutarla con un applauso. Ha poi espresso il rammarico del Partito per il disagio di dover assistere in piedi o all'esterno della Sala a causa delle misure antivirus imposte dal Quartiere 1 di Firenze, comunicate solo cinque giorni prima, e ha dato notizia di un calorosissimo messaggio di saluto inviato dai compagni Vittorio Vaggelli e Maria Maltesi, cofondatori del PMLI, assenti per la prima volta dopo 44 anni a causa di un importante day hospital. I due preziosi compagni sono stati salutati con un affettuoso applauso. Prima di dare la parola ai delegati delle istanze di base selezionate dalla Commissione per il lavoro di organizzazione del CC del PMLI, tenuti presenti i contenuti, le necessità del momento del Partito e la rappresentatività e non prendendo in considerazione i saluti arrivati dopo la scadenza del termine - interventi purtroppo necessariamente limitati nel numero di nove e nella durata di due minuti ciascuno a causa del poco tempo a disposizione - la compagna ha letto, ringraziandole, nell'ordine: la lista delle Istanze di base del Partito a cui non è stato possibile dare la parola per mancanza di tempo; la lista delle istanze di base del Partito assenti per motivi di salute, professionali o economici e che hanno inviato un messaggio di saluto. Tra questi anche quello che avrebbe dovuto leggere alla Commemorazione il compagno operaio Andrea Bartoli, di Borgo San Lorenzo (Fi), purtroppo assente per la scomparsa del padre avvenuta la mattina stessa. Il compagno Scuderi gli ha inviato a nome di tutti le condoglianze per la dolorosa perdita. Seguivano poi la lista dei simpatizzanti e degli amici del PMLI che hanno inviato un messaggio di saluto e che non erano presenti e la lista dei simpatizzanti e degli amici del Partito che erano presenti. Tra i simpatizzanti non presenti un ringraziamento molto sentito è stato inviato al compagno Mattia del Fronte della Gioventù Comunista di Cagliari, per il suo caloroso saluto che esalta i meriti del PMLI. Cogliendo l'occasione il Segretario generale ha detto: “Viva i compagni sinceramente comunisti ovunque attualmente siano collocati. Auguri compagni, lavoriamo insieme per la comune causa del socialismo”. Chiudeva l'elenco la lista dei compagni esteri che hanno inviato un messaggio di saluto e che non erano presenti, tra cui quello di un compagno filippino pieno di elogi per il PMLI e Scuderi, citato anche nel discorso da Urgo. La compagna ha poi letto brani degli importanti messaggi di due valorosi ed esemplari compagni americani “che operano con grande coraggio e spirito di sacrificio negli Stati Uniti sotto la dittatura fascista e razzista di Trump”. Messaggi pieni di entusiasmo e ammirazione per il PMLI e il compagno Giovanni Scuderi, che ha così voluto ricambiare il loro caloroso spirito internazionalista: “Viva i compagni marxisti-leninisti americani e filippini, viva i compagni marxisti-leninisti di tutto il mondo”! Per ognuna delle suddette liste la compagna ha proposto un applauso, informando che tutti i saluti, letti e non letti, sarebbero stati pubblicati su questo numero de “Il Bolscevico”. Il saluto delle istanze di base e dei simpatizzanti Sono quindi iniziati gli interventi dei nove delegati di base e un simpatizzante per il saluto alla Commemorazione. Tutti gli interventi sono riusciti ad esprimere in maniera militante e corale la compattezza di tutto il Partito attorno a Mao e la sua risolutezza a mettere in pratica i suoi insegnamenti nella lotta di classe. Ciascun intervento, ascoltato con grande attenzione e applaudito calorosamente alla sua conclusione, ha centrato esattamente il tema della manifestazione, cercando di dare un contributo generale ma al tempo stesso, pur nella ristrettezza del tempo a disposizione, si è sforzato anche di offrire un contributo radicato nella vita concreta della propria istanza. In ciò si sono ammirevolmente prodigati i rappresentanti delle nuove Organizzazioni del PMLI nate in questo ultimo anno politico: le Organizzazioni della provincia di Reggio Calabria, che ha aperto gli interventi, di Nola, di Campobasso, che li ha chiusi, e di Putignano (Bari). Quest'ultima, non presente per motivi economici, ha inviato un importante messaggio. Questo duplice sforzo è emerso fin dal primo importante saluto, quello del compagno Francesco Monti, rappresentante dell'Organizzazione della provincia di Reggio Calabria, che ha invitato a stringersi intorno a Mao e applicarlo, acquisendo la sua concezione proletaria del mondo, che nel concreto della situazione attuale significa calarsi nella lotta astensionista per le elezioni comunali di Reggio, per far sì che il voto astensionista non resti un semplice voto di protesta ma diventi un voto consapevole dato al PMLI e al socialismo. Lo stesso ha fatto il rappresentante dell'Organizzazione di Nola, compagno Vincenzo Napolitano, che ha messo l'accento sull'esaurirsi della cultura di classe in Italia per colpa del revisionismo e sulla necessità, seguendo la strada indicata da Mao per combattere la cultura borghese con la cultura proletaria, di combattere in questo momento contro le illusioni elettorali, parlamentari e pacifiste e contro il revisionismo dei partiti falso comunisti. Il rappresentante dell'Organizzazione di Campobasso, compagno Giovanni Colagiovanni, a sua volta ha esortato, imparando dall'esempio di Mao, a non lasciarsi mai andare al pessimismo, come il grande Maestro del proletariato internazionale ha dimostrato affrontando difficoltà ben più gravi delle nostre. E paragonando il PMLI a una scuola, che per funzionare bene deve essere guidata dagli elementi più attivi e capaci, ha incitato a diffonderla con umiltà e tenacia in tutte le città. Centratissimo e molto applaudito il saluto del compagno Alberto Signifredi, simpatizzante di Parma del PMLI. Non possiamo per ragioni di spazio dare conto di tutti gli importanti interventi, tutti del resto pubblicati integralmente su questo numero de “Il Bolscevico”. Ma va sottolineato che tutti, variamente e in maniera corale, hanno messo in risalto la necessità di imparare e applicare i preziosi insegnamenti di Mao sulla cultura proletaria e la cultura borghese, di cambiare noi stessi per cambiare il mondo, di praticare nel concreto la lotta di classe e stando tra le masse, di far rivivere nel proletariato e tra le masse l'ideale del socialismo, di dare al PMLI un corpo da gigante rosso, di impegnarsi assiduamente nella lotta per far vincere il No al referendum sul taglio dei parlamentari e far avanzare l'astensionismo alle elezioni regionali e comunali. Il discorso di Angelo Urgo Alla fine degli interventi di saluto la compagna Martenghi ha dato la parola al compagno Urgo per il suo discorso commemorativo tenuto a nome del CC del PMLI, informando i presenti che per stare nei tempi previsti ne avrebbe letta una versione ridotta, invitando a leggere la versione integrale pubblicata su questo numero de “Il Bolscevico” e sul sito del Partito. Il compagno Urgo ha quindi preso la parola per tenere il suo importante ed educativo discorso commemorativo, trattando con profondità e rigore marxisti-leninisti i tre campi in cui spaziava il tema di quest'anno – la cultura del proletariato, i marxisti-leninisti e la lotta per il socialismo – restando sempre saldamente ancorato all'esempio e agli insegnamenti di Mao, attraverso costanti e appropriate citazioni dalle sue opere, non tralasciando quelle degli altri Maestri del proletariato e del compagno Giovanni Scuderi. Urgo ha descritto, difeso ed esaltato, alla luce degli insegnamenti di Mao sulle “due scuole”, la cultura proletaria e le sue caratteristiche, opposte e antagoniste a quelle della cultura borghese, ribadendo i capisaldi della cultura del proletariato, la lotta di classe e la strenua opposizione al sistema capitalista: “Per combatterlo e distruggerlo”, ha precisato con forza suscitando l'applauso entusiasta dei presenti. In questo quadro ha esaltato la classe operaia e ribadito la necessità che si riappropri della propria cultura, cancellata gradualmente dall'opera nefasta del revisionismo e del riformismo, riarmandola con la concezione proletaria del mondo che è un nostro imprescindibile compito. A questo scopo ha esortato ogni membro del PMLI a cambiare la propria concezione del mondo acquisendo la cultura proletaria e marxista-leninista, senza la quale ricadiamo inevitabilmente sotto l'influenza di quella borghese. E per trasformare la nostra concezione del mondo – ha sottolineato il compagno tra gli applausi della Sala – “non c'è altro modo che leggere e studiare le opere dei Maestri del proletariato sul materialismo dialettico e storico e applicarle nella vita del Partito, nei rapporti con le masse e i nostri alleati e nella lotta di classe”. Sottolineando che “occorre consolidare ed elevare la propria concezione del mondo attraverso un sistematico e appassionato studio del marxismo-leninismo-pensiero di Mao”, il compagno ha aggiunto che tutti i membri del Partito, ad ogni livello, devono studiare, facendo “duri sforzi” secondo gli insegnamenti di Mao, specialmente i compagni impegnati nei fronti culturale e giornalistico, affinché il PMLI sia all'altezza dei suoi compiti. Urgo ha messo altresì in rilievo che il primo e più importante mezzo per la divulgazione della nostra cultura proletaria e linea politica siamo noi stessi, nel radicarci tra le masse, nei luoghi di lavoro, di studio e di vita e con l'esempio della nostra coerenza tra quel che diciamo e quel che facciamo. Cosa fondamentale, questa, per il lavoro di fronte unito, come la nostra partecipazione al Coordinamento unitario delle sinistre di opposizione: un'iniziativa “inedita e storica”, ha detto il compagno suscitando l'applauso dei presenti, a cui si è aggiunto il commento di Scuderi “Viva l'unità dei partiti con la bandiera rossa e la falce e martello!”. Iniziativa che però per noi deve sfociare necessariamente in un unico movimento sindacale rivendicativo e di classe. La situazione politica e sindacale odierna richiede lo scioglimento di tutti i sindacati attuali e la costituzione di “un unico sindacato basato sulla democrazia diretta e sul potere sindacale e contrattuale delle assemblee dei lavoratori e dei pensionati”, ha aggiunto Urgo accompagnato dagli applausi scroscianti dei presenti. Urgo ha poi svolto una serrata denuncia delle responsabilità dei governi centrale e locali nell'emergenza sanitaria, chiedendo con forza le dimissioni del presidente della Lombardia Fontana e delle sua giunta fascioleghista, denunciando i pieni poteri assunti dal dittatore antivirus Conte e i vari piani di rilancio dell'economia che mettono sempre al centro le imprese e non i lavoratori. A questo proposito ha rivendicato invece le tre priorità di sanità, scuola e Mezzogiorno, un forte piano di investimenti pubblici per l'occupazione, la nazionalizzazione dell'Ilva di Taranto, il blocco permanente dei licenziamenti, la cassa integrazione a salario pieno e il diritto alla sicurezza nelle scuole. In questo quadro, mentre auspichiamo una manifestazione nazionale contro il governo promossa dalle sinistre di opposizione, ha lanciato la proposta di uno sciopero generale di otto ore con manifestazione a Roma indetto da tutti i sindacati, confederali e non, con la parola d'ordine: “Il lavoro prima di tutto”. Proposta salutata con un caloroso applauso del pubblico e di Scuderi, che ha esclamato “Viva lo sciopero generale”! Dopo aver ribadito e spiegato il concetto espresso da Scuderi che non siamo sulla stessa barca e che non bisogna mai mettere da parte la lotta di classe, avviandosi alle conclusioni Urgo ha detto che il socialismo finirà inevitabilmente per sostituire il sistema capitalista, poiché è una legge oggettiva della storia, e ha rivolto un caloroso invito a tutti i sinceri comunisti a non restare nel frattempo con le mani in mano, ma ad impugnare la zappa, seguendo l'esempio di Yu Kung in un famoso apologo di Mao, per spianare, insieme al proletariato e al PMLI, le due montagne della dittatura della borghesia e del capitalismo. Ed ha chiuso, tra gli scroscianti e ininterrotti applausi dei partecipati in piedi, con questo magistrale invito che ben sintetizza lo spirito del suo discorso: “Studiamo con impegno, allo scopo di applicarlo, il marxismo-leninismo-pensiero di Mao e diffondiamolo tra il proletariato e le larghe masse popolari, specie giovanili”. Le conclusioni della manifestazione Al termine del bel discorso di Urgo, mentre le compagne e i compagni gli tributavano un lungo, affettuoso e meritato applauso, il Segretario generale si è complimentato calorosamente con lui per aver superato brillantemente la prova di tenere per la sua prima volta il discorso commemorativo e per il grande contributo personale dato a tutto il Partito. Se nelle prossime settimane tutte le istanze del partito sapranno studiare, discutere, approfondire e applicare questo importante ed educativo documento, che fornisce tutti gli elementi per capire e applicare gli insegnamenti di Mao, tutto il PMLI sarà più armato e attrezzato per affrontare al meglio le battaglie di classe del nuovo anno politico che già si preannunciano, e ciò farà fare un deciso passo avanti al processo per diventare un gigante rosso anche nel corpo. Dopo il lancio delle parole d'ordine, “Mao,Mao, Mao” e “PMLI, PMLI, PMLI”, scandite ciascuna due volte, tutti i partecipanti in piedi e a pugno chiuso ha intonato in coro i tre Inni del Partito: “L'Internazionale”, “Bandiera Rossa” e “Il Sole Rosso”. Seguiti subito dopo dalle parole d'ordine del Partito, di cui la prima è stata coniata per la situazione attuale e che, come annunciato da Scuderi e da Martenghi, sarà portata senz'altro anche nelle piazze: “Dittatura antivirus, non ne possiamo più. Governo Conte buttiamolo giù!”; “Sempre sulla via dell'Ottobre, verso l'Italia unita, rossa e socialista!”; “Viva Marx, viva Engels, viva Lenin, viva Stalin, viva Mao Zedong!”; “Coi Maestri e il PMLI vinceremo!”. La compagna Martenghi, nel dichiarare la Commemorazione di Mao del 2020 vittoriosamente conclusa, ha ringraziato tutti i partecipanti, e in particolare tutti coloro che hanno versato dei contributi economici, anche durante la Commemorazione, che “per noi – ha detto - sono come il pane, l'acqua e l'aria. Siamo commossi e grati per questa premura verso le necessità finanziarie del nostro amato Partito”. Ha invitato tutti i simpatizzanti e gli amici presenti a inviare a “Il Bolscevico” le loro impressioni sulla Commemorazione, e ha augurato a tutti buona salute e un buon ritorno a casa. Il compagno Scuderi ha rivolto ai partecipanti, tra cui molti in procinto di intraprendere lunghi e faticosi viaggi di ritorno, un breve saluto, con queste affettuose parole: “Bravi, bravi, grazie. Auguri, auguri. Specialmente alla nuove Organizzazioni e ai nuovi compagni e ai nuovi simpatizzanti. Grazie di tutto alle compagne e ai compagni che ci hanno assistito, anche sul piano sanitario, che è un evento storico per il Partito. Auguri, buon ritorno a casa e buona salute”. 16 settembre 2020 cc
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Tutto il PMLI stretto a Mao. Monica Martenghi, molto applaudita, invita i militanti e simpatizzanti del PMLI a ispirarsi agli insegnamenti di Mao Urgo dà tutti gli elementi per capire e applicare gli insegnamenti di Mao Importanti interventi delle nuove Organizzazioni della provincia di Reggio Calabria, di Campobasso e di Nola. Quella di Putignano (Bari), non presente per motivi economici, ha inviato un impegnativo messaggio. Ricordati Melandri, Quibian e le vittime del coronavirus Grandi apprezzamenti di due compagni americani, di un filippino e di un membro del FGC di Cagliari al PMLI e a scuderi Superando anche le nuove difficoltà organizzative dettate dalle stringenti regole sanitarie per il coronavirus, il PMLI ha ricordato degnamente e con successo Mao nel 44° anniversario della sua scomparsa, avvenuta il 9 settembre 1976, con la pubblica e militante Commemorazione del grande Maestro del proletariato internazionale che, su iniziativa del Comitato centrale del Partito, si è tenuta domenica 13 settembre a Firenze, nella Sala delle ex Leopoldine in Piazza Tasso, nel quartiere popolare di San Frediano dove il Partito ha le sue storiche radici. Ogni Commemorazione di Mao è un evento politico speciale, un appuntamento militante che mobilita tutto il Partito, dai dirigenti, alle istanze di base fino ai simpatizzanti attivi, a fare uno sforzo straordinario per arricchire e proiettare in avanti la linea politica, strategica e tattica del PMLI, così da armarlo e attrezzarlo al meglio di fronte alle sfide che si aprono con la nuova stagione politica. Uno sforzo quanto mai necessario oggi, per chiarire al proletariato e alle masse lavoratrici e popolari la situazione attuale, caratterizzata da una delle più devastanti crisi, a livello sanitario, economico e sociale, che l'Italia abbia mai attraversato dal dopoguerra ad oggi. E per chiarire anche, a dispetto della propaganda del governo del dittatore antivirus Conte, che non siamo tutti nella stessa barca, che le barche sono due e distinte, quella delle forze del capitalismo e quella delle forze anticapitaliste, che la lotta di classe continua e deve continuare anche con la pandemia, e che il destino della barca del proletariato non può che essere quello di affondare la barca del capitalismo e approdare al socialismo. La rossa accoglienza Anche quest'anno il tema scelto per la commemorazione era di grande attualità e respiro strategico, “Gli insegnamenti di Mao sulla cultura del proletariato, sui marxisti-leninisti e sulla lotta per il socialismo”, brillantemente trattato a nome del Comitato centrale del PMLI dal compagno Angelo Urgo, che ha dato al Partito tutti gli elementi utili e indispensabili per capire a applicare gli insegnamenti di Mao alla situazione attuale e i nostri compiti. Risultato a cui hanno contribuito in maniera determinante anche l'importante discorso di saluto della compagna Monica Martenghi, i preziosi interventi di saluto dei delegati delle Istanze di base e dei simpatizzanti attivi del PMLI, in particolare delle nuove Organizzazioni, e i calorosi interventi di incitamento e di commento del Segretario generale, compagno Giovanni Scuderi. Ad accogliere i partecipanti, provenienti da ogni parte d'Italia, era la splendida Sala rossa addobbata con grande cura dalle commissioni di Organizzazione e di Stampa e propaganda del CC del PMLI, dal Comitato provinciale di Firenze, dalla cellula Nerina “Lucia” Paoletti di Firenze e da simpatizzanti attivi del Partito. In fondo alla Sala risaltava il rosso tavolo della Presidenza, dietro al quale campeggiava il bel pannello con il tema della Commemorazione scritto a grandi caratteri, affiancato dall'immagine di Mao sorridente che ispira le masse popolari di tutti i Paesi armate delle sue opere e degli altri grandi Maestri del proletariato internazionale. Dietro e i lati del tavolo e del podio per gli oratori, quattro gruppi di bandiere del PMLI e dei Maestri completavano la scenografia della presidenza. I muri perimetrali della Sala erano ravvivati da altre bandiere e da diversi manifesti del PMLI, tra cui quello ufficiale della Commemorazione, quelli elettorali per il No al referendum sul taglio mussoliniano dei parlamentari e per l'astensione alle elezioni regionali e comunali, quello con l'invito a firmare la petizione per riconquistare il diritto alla salute, il manifesto “Non siamo sulla stessa barca” e quello per il proselitismo. Vicino all'ingresso, ad accogliere gli intervenuti, un tavolo rosso con i libri, gli opuscoli, gli audiovisivi, le spille e altro materiale di propaganda del Partito. Un sottofondo musicale di canzoni popolari e partigiane e degli inni del Partito completava il clima di calda accoglienza dei partecipanti. Agli intervenuti, tutti dotati della prescritta mascherina, veniva misurata la temperatura ed erano invitati ad usare l'apposito gel disinfettante per le mani. Nella Sala le presenze erano limitate a 44 persone per rispettare il prescritto distanziamento, dando la precedenza alle compagne e ai compagni venuti da lontano. Gli altri partecipanti hanno dovuto restare all'esterno. Il compagno Giovanni Scuderi, facendo subito dimenticare le nuove difficoltà rispetto alle Commemorazioni precedenti, è stato come sempre sollecito e infaticabile, pur rispettando le necessarie regole di precauzione, nel voler salutare personalmente tutti i delegati e i simpatizzanti via via che arrivavano, contribuendo ad animare e riscaldare il clima di fraternizzazione che si è subito creato nella Sala, e rivolgendo a tutti parole di affetto e incitamento, e da tutti ricambiato con altrettanto affetto e calore. Il saluto di Monica Martenghi Puntualmente alle ore10, sulle note de “L'Internazionale”, i compagni dirigenti hanno preso posto al tavolo della presidenza, per necessità di distanziamento limitata a soli cinque compagni: il Segretario generale, affiancato dal compagno Urgo e dalla compagna Monica Martenghi, e alle estremità del tavolo i compagni Mino Pasca, Portavoce del PMLI e de “Il Bolscevico”, e il compagno Dario Granito, Responsabile della Commissione di organizzazione del CC del PMLI. Monica Martenghi, Direttrice responsabile de “Il Bolscevico” e Responsabile della Commissione donne del CC del PMLI, a nome del Comitato centrale del Partito ha aperto la Commemorazione per dare il benvenuto ai partecipanti e ha pronunciato un importante e applauditissimo discorso, pubblicato integralmente su questo numero del giornale. La compagna ha esordito ricordando le oltre 35 mila vittime del coronavirus, ma anche “del capitalismo e dei suoi governanti centrali, regionali e comunali che in questi ultimi trenta anni hanno distrutto la sanità pubblica”, invitando i partecipanti ad osservare un minuto di silenzio. Ha poi ricordato i compagni deceduti che hanno dato la loro vita alla causa del PMLI, del proletariato e del socialismo: Lucia, alias Nerina Paoletti; Battista Bruni, alias Tino; Cirano Biancalani; Angelo Cimmino; Vincenzo Falzarano; Giuseppe Lepore; Marco Marchi; Ferruccio Panico; Ferdinando Puglia; Lorenzo Santoro; Fabio Zannelli; Salvatore Zunica e Franco Melandri. A quest'ultimo compagno, essendo deceduto dopo la precedente Commemorazione, Martenghi ha tributato un toccante ricordo, tracciandone la biografia politica e mettendone in luce la grande umiltà, generosità e dedizione al PMLI e alla causa del socialismo: “Compagno Melandri, tu continuerai a combattere con noi per sempre, incoraggiandoci ad andare fino in fondo sulla via dell'Ottobre verso l'Italia unita, rossa e socialista”, ha detto la compagna tra gli applausi commossi della Sala, che subito dopo ha osservato un minuto di silenzio in suo onore, rispondendo al termine col grido “presente!” e a pugno chiuso al suo nome pronunciato forte da Martenghi. La compagna ha poi ricordato il compagno panamense Quibian Gaytan, anch'egli scomparso dopo la precedente Commemorazione, definendo la sua scomparsa “una grave perdita per il PC(ML)P, il PMLI, i marxisti-leninisti dell'America Latina e di tutto il mondo”: “Questo grande e stimato compagno, questo esemplare marxista-leninista, antirevisionista e internazionalista proletario, questo sostenitore appassionato del PMLI e de “Il Bolscevico”, non c'è più fisicamente ma spiritualmente sarà per sempre nella mente, nel cuore e nell'azione dei marxisti-leninisti italiani con i quali era in perfetta sintonia”, ha detto la compagna dopo averne tracciato con parole commosse la figura umana e politica, e anche in suo onore le compagne e i compagni hanno tributato un minuto di silenzio in piedi e il grido “presente!” a pugno chiuso. Successivamente Martenghi ha ringraziato tutti i presenti, e in particolare chi era venuto da molto lontano sopportando disagevoli e costosi viaggi; le compagne e i compagni, militanti e simpatizzanti del PMLI, che insieme alle Commissioni centrali e al Comitato provinciale di Firenze hanno permesso la realizzazione della manifestazione; chi non aveva potuto venire ma aveva inviato un messaggio di saluto; le compagne e i compagni che durante il lockdown hanno permesso a “Il Bolscevico” e al sito del Partito di continuare ad essere aggiornati; e ha stigmatizzato il vergognoso silenzio stampa che anche stavolta i media servi del capitalismo hanno osservato sulla Commemorazione. Un saluto particolare ha inviato alle nuove istanze nate dopo la precedente Commemorazione, le organizzazioni di Reggio Calabria, Campobasso, Nola (Napoli) e Putignano (Bari), ai due “valorosi e coraggiosi compagni americani” che hanno inviato calorosi messaggi pieni di elogi al PMLI e al Segretario generale, e al compagno filippino che nel suo messaggio ha definito “splendido” il discorso di Scuderi “Da Marx a Mao”. La presentazione di Urgo e il discorso di Martenghi Martenghi ha poi presentato il compagno Angelo Urgo, Segretario della cellula Mao di Milano e responsabile del Comitato lombardo del PMLI, tracciandone la biografia politica e mettendone in luce alcuni dei suoi principali contributi al Partito in Lombardia e a livello centrale. Ricordando che in un rapportino del 1995 il compagno rimpiangeva di non aver ancora potuto partecipare ad una Commemorazione pubblica del PMLI, la compagna ha così concluso tra gli applausi: “Ebbene, oggi eccolo qua, non solo come partecipante, ma addirittura come oratore, a nome del CC del PMLI, della commemorazione di Mao. Un bell'esempio per i giovani e giovanissimi che si sono avvicinati al Partito e che non sono riusciti ad essere oggi qui con noi. Ne ha fatta di strada”! Martenghi ha quindi svolto l'ultima parte del suo sintetico ma intenso discorso introduttivo, sottolineato ripetutamente dagli applausi calorosi della Sala e da esclamazioni di “brava, brava!” da parte del Segretario generale, denunciando con forza il governo del dittatore antivirus Conte come “il nemico principale del proletariato che bisogna combattere senza tregua fino ad abbatterlo. Come andranno combattuti e abbattuti i governi successivi, qualsiasi siano le loro formule e composizione e qualsiasi sia il premier – Draghi o l’aspirante duce d’Italia Salvini”. E ha invitato a non farsi illudere dalle briciole da esso concesse alle masse lavoratrici e popolari, ma a soffiare sul fuoco “perché l'autunno sia veramente caldo e che divampi la lotta di classe”. Ribadendo l'indicazione del compagno Scuderi che non siamo sulla stessa barca e incitando a respingere il “Grande patto per l'Italia” lanciato dal presidente di Confindustria Bonomi, la compagna ha incitato anche a convincere le elettrici e gli elettori a votare No al referendum sul taglio dei parlamentari, e in questo quadro ha espresso la solidarietà di tutto il Partito ai compagni Gianni Vuoso e Luigi Prodromo, identificati provocatoriamente dai carabinieri a Ischia mentre diffondevano il volantino del PMLI sul referendum. Infine, accompagnata da ininterrotti e scroscianti applausi, Martenghi ha concluso invitando a prendere esempio da Mao per dare un senso proletario rivoluzionario e marxista-leninista alla nostra vita, mettendo al primo posto la lotta di classe e gli interessi del Partito, del proletariato e della causa del socialismo. Il lancio delle parole d'ordine, ripetute due volte dai presenti a pugno chiuso, “Mao, Mao, Mao” e “PMLI, PMLI, PMLI”, senza soluzione di continuità con i calorosi applausi tributati alla compagna, ha chiuso degnamente il suo importante discorso. I calorosi messaggi al PMLI e a Scuderi Subito dopo Martenghi ha annunciato che una delegazione si accingeva ad andare a deporre l'omaggio floreale del Partito alla lapide dedicata ai martiri di Piazza Tasso trucidati dai fascisti repubblichini il 17 luglio 1944, invitando i presenti a salutarla con un applauso. Ha poi espresso il rammarico del Partito per il disagio di dover assistere in piedi o all'esterno della Sala a causa delle misure antivirus imposte dal Quartiere 1 di Firenze, comunicate solo cinque giorni prima, e ha dato notizia di un calorosissimo messaggio di saluto inviato dai compagni Vittorio Vaggelli e Maria Maltesi, cofondatori del PMLI, assenti per la prima volta dopo 44 anni a causa di un importante day hospital. I due preziosi compagni sono stati salutati con un affettuoso applauso. Prima di dare la parola ai delegati delle istanze di base selezionate dalla Commissione per il lavoro di organizzazione del CC del PMLI, tenuti presenti i contenuti, le necessità del momento del Partito e la rappresentatività e non prendendo in considerazione i saluti arrivati dopo la scadenza del termine - interventi purtroppo necessariamente limitati nel numero di nove e nella durata di due minuti ciascuno a causa del poco tempo a disposizione - la compagna ha letto, ringraziandole, nell'ordine: la lista delle Istanze di base del Partito a cui non è stato possibile dare la parola per mancanza di tempo; la lista delle istanze di base del Partito assenti per motivi di salute, professionali o economici e che hanno inviato un messaggio di saluto. Tra questi anche quello che avrebbe dovuto leggere alla Commemorazione il compagno operaio Andrea Bartoli, di Borgo San Lorenzo (Fi), purtroppo assente per la scomparsa del padre avvenuta la mattina stessa. Il compagno Scuderi gli ha inviato a nome di tutti le condoglianze per la dolorosa perdita. Seguivano poi la lista dei simpatizzanti e degli amici del PMLI che hanno inviato un messaggio di saluto e che non erano presenti e la lista dei simpatizzanti e degli amici del Partito che erano presenti. Tra i simpatizzanti non presenti un ringraziamento molto sentito è stato inviato al compagno Mattia del Fronte della Gioventù Comunista di Cagliari, per il suo caloroso saluto che esalta i meriti del PMLI. Cogliendo l'occasione il Segretario generale ha detto: “Viva i compagni sinceramente comunisti ovunque attualmente siano collocati. Auguri compagni, lavoriamo insieme per la comune causa del socialismo”. Chiudeva l'elenco la lista dei compagni esteri che hanno inviato un messaggio di saluto e che non erano presenti, tra cui quello di un compagno filippino pieno di elogi per il PMLI e Scuderi, citato anche nel discorso da Urgo. La compagna ha poi letto brani degli importanti messaggi di due valorosi ed esemplari compagni americani “che operano con grande coraggio e spirito di sacrificio negli Stati Uniti sotto la dittatura fascista e razzista di Trump”. Messaggi pieni di entusiasmo e ammirazione per il PMLI e il compagno Giovanni Scuderi, che ha così voluto ricambiare il loro caloroso spirito internazionalista: “Viva i compagni marxisti-leninisti americani e filippini, viva i compagni marxisti-leninisti di tutto il mondo”! Per ognuna delle suddette liste la compagna ha proposto un applauso, informando che tutti i saluti, letti e non letti, sarebbero stati pubblicati su questo numero de “Il Bolscevico”. Il saluto delle istanze di base e dei simpatizzanti Sono quindi iniziati gli interventi dei nove delegati di base e un simpatizzante per il saluto alla Commemorazione. Tutti gli interventi sono riusciti ad esprimere in maniera militante e corale la compattezza di tutto il Partito attorno a Mao e la sua risolutezza a mettere in pratica i suoi insegnamenti nella lotta di classe. Ciascun intervento, ascoltato con grande attenzione e applaudito calorosamente alla sua conclusione, ha centrato esattamente il tema della manifestazione, cercando di dare un contributo generale ma al tempo stesso, pur nella ristrettezza del tempo a disposizione, si è sforzato anche di offrire un contributo radicato nella vita concreta della propria istanza. In ciò si sono ammirevolmente prodigati i rappresentanti delle nuove Organizzazioni del PMLI nate in questo ultimo anno politico: le Organizzazioni della provincia di Reggio Calabria, che ha aperto gli interventi, di Nola, di Campobasso, che li ha chiusi, e di Putignano (Bari). Quest'ultima, non presente per motivi economici, ha inviato un importante messaggio. Questo duplice sforzo è emerso fin dal primo importante saluto, quello del compagno Francesco Monti, rappresentante dell'Organizzazione della provincia di Reggio Calabria, che ha invitato a stringersi intorno a Mao e applicarlo, acquisendo la sua concezione proletaria del mondo, che nel concreto della situazione attuale significa calarsi nella lotta astensionista per le elezioni comunali di Reggio, per far sì che il voto astensionista non resti un semplice voto di protesta ma diventi un voto consapevole dato al PMLI e al socialismo. Lo stesso ha fatto il rappresentante dell'Organizzazione di Nola, compagno Vincenzo Napolitano, che ha messo l'accento sull'esaurirsi della cultura di classe in Italia per colpa del revisionismo e sulla necessità, seguendo la strada indicata da Mao per combattere la cultura borghese con la cultura proletaria, di combattere in questo momento contro le illusioni elettorali, parlamentari e pacifiste e contro il revisionismo dei partiti falso comunisti. Il rappresentante dell'Organizzazione di Campobasso, compagno Giovanni Colagiovanni, a sua volta ha esortato, imparando dall'esempio di Mao, a non lasciarsi mai andare al pessimismo, come il grande Maestro del proletariato internazionale ha dimostrato affrontando difficoltà ben più gravi delle nostre. E paragonando il PMLI a una scuola, che per funzionare bene deve essere guidata dagli elementi più attivi e capaci, ha incitato a diffonderla con umiltà e tenacia in tutte le città. Centratissimo e molto applaudito il saluto del compagno Alberto Signifredi, simpatizzante di Parma del PMLI. Non possiamo per ragioni di spazio dare conto di tutti gli importanti interventi, tutti del resto pubblicati integralmente su questo numero de “Il Bolscevico”. Ma va sottolineato che tutti, variamente e in maniera corale, hanno messo in risalto la necessità di imparare e applicare i preziosi insegnamenti di Mao sulla cultura proletaria e la cultura borghese, di cambiare noi stessi per cambiare il mondo, di praticare nel concreto la lotta di classe e stando tra le masse, di far rivivere nel proletariato e tra le masse l'ideale del socialismo, di dare al PMLI un corpo da gigante rosso, di impegnarsi assiduamente nella lotta per far vincere il No al referendum sul taglio dei parlamentari e far avanzare l'astensionismo alle elezioni regionali e comunali. Il discorso di Angelo Urgo Alla fine degli interventi di saluto la compagna Martenghi ha dato la parola al compagno Urgo per il suo discorso commemorativo tenuto a nome del CC del PMLI, informando i presenti che per stare nei tempi previsti ne avrebbe letta una versione ridotta, invitando a leggere la versione integrale pubblicata su questo numero de “Il Bolscevico” e sul sito del Partito. Il compagno Urgo ha quindi preso la parola per tenere il suo importante ed educativo discorso commemorativo, trattando con profondità e rigore marxisti-leninisti i tre campi in cui spaziava il tema di quest'anno – la cultura del proletariato, i marxisti-leninisti e la lotta per il socialismo – restando sempre saldamente ancorato all'esempio e agli insegnamenti di Mao, attraverso costanti e appropriate citazioni dalle sue opere, non tralasciando quelle degli altri Maestri del proletariato e del compagno Giovanni Scuderi. Urgo ha descritto, difeso ed esaltato, alla luce degli insegnamenti di Mao sulle “due scuole”, la cultura proletaria e le sue caratteristiche, opposte e antagoniste a quelle della cultura borghese, ribadendo i capisaldi della cultura del proletariato, la lotta di classe e la strenua opposizione al sistema capitalista: “Per combatterlo e distruggerlo”, ha precisato con forza suscitando l'applauso entusiasta dei presenti. In questo quadro ha esaltato la classe operaia e ribadito la necessità che si riappropri della propria cultura, cancellata gradualmente dall'opera nefasta del revisionismo e del riformismo, riarmandola con la concezione proletaria del mondo che è un nostro imprescindibile compito. A questo scopo ha esortato ogni membro del PMLI a cambiare la propria concezione del mondo acquisendo la cultura proletaria e marxista-leninista, senza la quale ricadiamo inevitabilmente sotto l'influenza di quella borghese. E per trasformare la nostra concezione del mondo – ha sottolineato il compagno tra gli applausi della Sala – “non c'è altro modo che leggere e studiare le opere dei Maestri del proletariato sul materialismo dialettico e storico e applicarle nella vita del Partito, nei rapporti con le masse e i nostri alleati e nella lotta di classe”. Sottolineando che “occorre consolidare ed elevare la propria concezione del mondo attraverso un sistematico e appassionato studio del marxismo-leninismo-pensiero di Mao”, il compagno ha aggiunto che tutti i membri del Partito, ad ogni livello, devono studiare, facendo “duri sforzi” secondo gli insegnamenti di Mao, specialmente i compagni impegnati nei fronti culturale e giornalistico, affinché il PMLI sia all'altezza dei suoi compiti. Urgo ha messo altresì in rilievo che il primo e più importante mezzo per la divulgazione della nostra cultura proletaria e linea politica siamo noi stessi, nel radicarci tra le masse, nei luoghi di lavoro, di studio e di vita e con l'esempio della nostra coerenza tra quel che diciamo e quel che facciamo. Cosa fondamentale, questa, per il lavoro di fronte unito, come la nostra partecipazione al Coordinamento unitario delle sinistre di opposizione: un'iniziativa “inedita e storica”, ha detto il compagno suscitando l'applauso dei presenti, a cui si è aggiunto il commento di Scuderi “Viva l'unità dei partiti con la bandiera rossa e la falce e martello!”. Iniziativa che però per noi deve sfociare necessariamente in un unico movimento sindacale rivendicativo e di classe. La situazione politica e sindacale odierna richiede lo scioglimento di tutti i sindacati attuali e la costituzione di “un unico sindacato basato sulla democrazia diretta e sul potere sindacale e contrattuale delle assemblee dei lavoratori e dei pensionati”, ha aggiunto Urgo accompagnato dagli applausi scroscianti dei presenti. Urgo ha poi svolto una serrata denuncia delle responsabilità dei governi centrale e locali nell'emergenza sanitaria, chiedendo con forza le dimissioni del presidente della Lombardia Fontana e delle sua giunta fascioleghista, denunciando i pieni poteri assunti dal dittatore antivirus Conte e i vari piani di rilancio dell'economia che mettono sempre al centro le imprese e non i lavoratori. A questo proposito ha rivendicato invece le tre priorità di sanità, scuola e Mezzogiorno, un forte piano di investimenti pubblici per l'occupazione, la nazionalizzazione dell'Ilva di Taranto, il blocco permanente dei licenziamenti, la cassa integrazione a salario pieno e il diritto alla sicurezza nelle scuole. In questo quadro, mentre auspichiamo una manifestazione nazionale contro il governo promossa dalle sinistre di opposizione, ha lanciato la proposta di uno sciopero generale di otto ore con manifestazione a Roma indetto da tutti i sindacati, confederali e non, con la parola d'ordine: “Il lavoro prima di tutto”. Proposta salutata con un caloroso applauso del pubblico e di Scuderi, che ha esclamato “Viva lo sciopero generale”! Dopo aver ribadito e spiegato il concetto espresso da Scuderi che non siamo sulla stessa barca e che non bisogna mai mettere da parte la lotta di classe, avviandosi alle conclusioni Urgo ha detto che il socialismo finirà inevitabilmente per sostituire il sistema capitalista, poiché è una legge oggettiva della storia, e ha rivolto un caloroso invito a tutti i sinceri comunisti a non restare nel frattempo con le mani in mano, ma ad impugnare la zappa, seguendo l'esempio di Yu Kung in un famoso apologo di Mao, per spianare, insieme al proletariato e al PMLI, le due montagne della dittatura della borghesia e del capitalismo. Ed ha chiuso, tra gli scroscianti e ininterrotti applausi dei partecipati in piedi, con questo magistrale invito che ben sintetizza lo spirito del suo discorso: “Studiamo con impegno, allo scopo di applicarlo, il marxismo-leninismo-pensiero di Mao e diffondiamolo tra il proletariato e le larghe masse popolari, specie giovanili”. Le conclusioni della manifestazione Al termine del bel discorso di Urgo, mentre le compagne e i compagni gli tributavano un lungo, affettuoso e meritato applauso, il Segretario generale si è complimentato calorosamente con lui per aver superato brillantemente la prova di tenere per la sua prima volta il discorso commemorativo e per il grande contributo personale dato a tutto il Partito. Se nelle prossime settimane tutte le istanze del partito sapranno studiare, discutere, approfondire e applicare questo importante ed educativo documento, che fornisce tutti gli elementi per capire e applicare gli insegnamenti di Mao, tutto il PMLI sarà più armato e attrezzato per affrontare al meglio le battaglie di classe del nuovo anno politico che già si preannunciano, e ciò farà fare un deciso passo avanti al processo per diventare un gigante rosso anche nel corpo. Dopo il lancio delle parole d'ordine, “Mao,Mao, Mao” e “PMLI, PMLI, PMLI”, scandite ciascuna due volte, tutti i partecipanti in piedi e a pugno chiuso ha intonato in coro i tre Inni del Partito: “L'Internazionale”, “Bandiera Rossa” e “Il Sole Rosso”. Seguiti subito dopo dalle parole d'ordine del Partito, di cui la prima è stata coniata per la situazione attuale e che, come annunciato da Scuderi e da Martenghi, sarà portata senz'altro anche nelle piazze: “Dittatura antivirus, non ne possiamo più. Governo Conte buttiamolo giù!”; “Sempre sulla via dell'Ottobre, verso l'Italia unita, rossa e socialista!”; “Viva Marx, viva Engels, viva Lenin, viva Stalin, viva Mao Zedong!”; “Coi Maestri e il PMLI vinceremo!”. La compagna Martenghi, nel dichiarare la Commemorazione di Mao del 2020 vittoriosamente conclusa, ha ringraziato tutti i partecipanti, e in particolare tutti coloro che hanno versato dei contributi economici, anche durante la Commemorazione, che “per noi – ha detto - sono come il pane, l'acqua e l'aria. Siamo commossi e grati per questa premura verso le necessità finanziarie del nostro amato Partito”. Ha invitato tutti i simpatizzanti e gli amici presenti a inviare a “Il Bolscevico” le loro impressioni sulla Commemorazione, e ha augurato a tutti buona salute e un buon ritorno a casa. Il compagno Scuderi ha rivolto ai partecipanti, tra cui molti in procinto di intraprendere lunghi e faticosi viaggi di ritorno, un breve saluto, con queste affettuose parole: “Bravi, bravi, grazie. Auguri, auguri. Specialmente alla nuove Organizzazioni e ai nuovi compagni e ai nuovi simpatizzanti. Grazie di tutto alle compagne e ai compagni che ci hanno assistito, anche sul piano sanitario, che è un evento storico per il Partito. Auguri, buon ritorno a casa e buona salute”. 16 settembre 2020 cc
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Best Of Italy 2019 - Vincitori e Premiazioni!

Le monete sono state accreditate, i voti manipolati contati, e quindi è il momento di premiare i vincitori con qualche mese di premium, per gentile concessione di reddit.
Introduciamo inoltre una novità per quanto riguarda gli awards di reddit: avete probabilmente già visto i custom award Caffè e Pizza, ma oggi vedrete per la prima volta i nuovi, scintillanti, esclusivissimi, AWARD TELEGATTO! Che oltre ad essere bellissimi (e non lo dico perchè li ho scontornati e ricolorati io, nono!) si portano appresso un mese di reddit premium.
Prima di passare ai vincitori, una piccola nota. Uno degli obiettivi di questi Awards è quello di regalare un periodo di Reddit Premium agli utenti che hanno contribuito maggiormente a /italy, uno per categoria. Per questo motivo non verranno premiati account inattivi e throwaway. Scaleremo la classifica fino a quando verrà trovato un utente idoneo.
E ora passiamo ai risultati! Invito quindi a leggere i nomi dei vincitori con un appropriato sottofondo musicale.
Categoria MIGLIOR UTENTE
# User Voti Stato Utente Premio
1 u/_Luigino 62 Attivo! 🥇
2 u/Wongfeihong 58 Attivo! 🥈
3 u/Giulia94 38 Attivo! 🥉
Categoria MIGLIOR THREAD IN ASSOLUTO
# Thread User Voti Stato Utente Premio
1 Nuova proposta per le tasse u/Atanvarno94 111 Attivo! 🥇
2 Vengo dal futuro e so già cosa mi chiederete. Aggiungete pure le vostre domande sotto alle risposte u/VengoDalFuturo 96 Premio rifiutato dall'utente
3 Come mi ripago un mio amico dopo avergli procurato un'accoltellata nella natica u/PolpettoneTonnato 84 Attivo! 🥈
4 We left a tablet overnight, by accident, on top of our rental car in Viterbo, Italy and someone put this note under our windshield wiper. Can someone translate it? u/HoochieKoo 49 Attivo! 🥉
Categoria MIGLIOR MEME / TORMENTONE
# Meme / Tormentone User Voti Stato Utente Premio
1 Le mirabolanti avventure erotiche di u/incubusf nel parcheggio dell'Esselunga. u/incubusf 45 Attivo! 🥇
Categoria MIGLIOR OC
# Thread User Voti Stato Utente Premio
1 40 anni niente male e in fondo in fondo daje forte (pt. 1 di 3) u/anfotero 68 Attivo! 🥇
2 I comizi di Salvini: animati u/carlobarbieri 27 Attivo! 🥈
3 Ispirato dalle sagge parole di u/itahedge83 u/PreviouslyMannara 13 Attivo! 🥉
Categoria MIGLIOR RUBRICA
# Rubrica User Voti Stato Utente Premio
1 Boombox u/Jockbaia 33 Attivo! 🥇
2 Parole Particolari u/therealolds 25 Premio rifiutato dall'utente
3 I propositi dell'anno di u/Wongfeihong con i follow-up per tenere le persone in carreggiata u/Wongfeihong 16 Attivo! 🥈
4 Fotomercoledì u/bedroom_period 15 Attivo! 🥉
Categoria MIGLIOR STORIA A EPISODI SU CAFFÈ ITALIA
# Storia User Voti Stato Utente Premio
1 La Via degli Dei giorno per giorno sul caffè di u/Normal__Guy u/Normal__Guy 29 Attivo! 🥇
2 I problemi sessual/sentimentali di u/bananallergy u/bananallergy 24 Attivo! 🥈
3 u/Wongfeihong e la psicosi su Vetriolo u/Wongfeihong 17 Attivo! 🥉
Categoria MIGLIOR ARTICOLO / COMMENTO DI APPROFONDIMENTO
# Thread User Voti Stato Utente Premio
1 Come si dovrebbe vestire un uomo (guida di Nicolò Zuliani aka Nebo~Bagni Proeliator) u/mfabbri77 22 Attivo! 🥇
2 Guida alle classi Trenitalia u/Archetypus 16 Attivo! 🥈
Categoria MIGLIOR AMA
# Thread User Voti Stato Utente Premio
1 Ho passato due settimane in Francia senza spendere molto con Workaway u/cereschere 74 Inattivo
2 Ho creato il video "Bear nella Casa Blu (con bestemmia) u/GiubenRova 31 Attivo! 🥇
3 Sono Ivan Pedretti, Segretario generale del Sindacato Pensionati CGIL u/Ivan_Pedretti 20 Throwaway di fatto
Categoria MIGLIOR CONTENUTO DIVERTENTE
# Link User Voti Stato Utente Premio
1 Evergreen u/francesco11111 50 Account sospeso
2 Vengo dal futuro e so già cosa mi chiederete. Aggiungete pure le vostre domande sotto alle risposte u/VengoDalFuturo 34 Premio rifiutato dall'utente
3 Dare agli oggetti nomi migliori u/CiranoAST 7 Attivo! 🥇
4 Significato acronimo ATAC u/Wheezo 5 Attivo! 🥈
Categoria MIGLIOR THREAD SUL CIBO
Dato il monopolio assoluto di u/therealolds, su sua richiesta verranno premiati i commenti specificati nelle nominations, se presenti.
# Link User Voti Stato Utente Premio
1 Che ne sai di... risotti? u/therealolds 23 Premio rifiutato dall'utente Nessun commento specificato in nomination
2 Che ne sai di... vino e vendemmia? in particolare il commento di u/segolas u/segolas 16 Attivo! 🥇
3 Che ne sai di... grappe? in particolare il commento di u/-seu- u/-seu- 8 Attivo! 🥈
Categoria MIGLIOR COMMENTO
# Link User Voti Stato Utente Premio
1 Whoa. Grazie ma mi arrangio con la mia u/chemicalpepper 38 Attivo! 🥇
2 Sono pessimi animali da comagnia... (continua) u/PPangolino 31 Attivo! 🥈
3 Avevo circa 20 anni e frequentavo un uomo più anziano di me... (continua) u/bonzinip 15 Non premiabile in quanto autocandidatura
4 Non so se lo conoscete ma spero che venga sempre più usato... (continua) u/DrComix 13 Attivo! 🥉
Categoria MIGLIOR RANT
# Thread User Voti Stato Utente Premio
1 Dopo anni di studio e sacrifici, il mese scorso sono finalmente entrato in specialità medica. L'inizio della carriera che avevo sempre sognato è ben presto diventata un incubo. Tra orari disumani, sfruttamento e simil-mobbing sono totalmente esaurito nel corpo e soprattutto nella mente. u/antropocosmico 27 Attivo! 🥇
2 La Gioconda. (rant e la curiosa storia del quadro più famoso al mondo) u/TheFfrog 18 Attivo! 🥈
3 Se non figli non conti un cazzo u/italiano80 14 Inattivo
Gli award verranno inviati a breve.
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Mia madre ha ingiustamente perso il lavoro dopo 30 anni

Salve, sono uno studente universitario di 22 anni e ci tenevo a raccontare un avvenimento che è successo a mia madre di recente, che l'ha portata a essere ingiustamente licenziata.

Mia madre ha lavorato come infermiera in una clinica privata esattamente per 30 anni, senza mai aver avuto problemi, nessun tipo di segnalazione, anzi spesso e volentieri i pazienti finivano per innamorarsi di come venivano trattati da lei. Quando ero bambino spesso trascorrevo alcuni pomeriggi lì così che mia madre potesse badare a me mentre lavorava (i miei genitori sono divorziati), e ricordo benissimo l'armonia che portava nel reparto.

Passando ai fatti, ad ottobre del 2017 mia madre copriva il turno di pomeriggio, come ha fatto già migliaia di volte, e da qualche giorno si era ricoverato un paziente che doveva sottoporsi ad un certo intervento (uno di quelli non necessari, su cui il paziente ha il diritto di scelta), e fin qui tutto nella norma. Mia madre si è limitata a fare il suo lavoro e tra i due ci sono stati pochissimi scambi di parole, a detta di mia madre il paziente sembrava molto preoccupato, tant'è vero che il mattino seguente ha deciso di non operarsi. Non è la prima volta che succede, anzi, in passato è già successo svariate volte che qualcuno si rifiutasse di sottoporsi ad un intervento. Circa una settimana dopo a mia madre è arrivata una lettera dal primario del reparto e dell'amministratore delegato dove veniva accusata di aver persuaso il paziente a non sottoporsi all'intervento, e che aspettavano spiegazioni. A quel punto mia madre si è concessa il beneficio del dubbio, e ha deciso di telefonare il paziente per chiedere se fosse effettivamente stata lei a fargli cambiare idea. Io stesso le ho consigliato di registrare la telefonata, per pura scaramanzia, mai mi sarei aspettato quello che stava per succedere. Nella telefonata il paziente afferma più e più volte che non è stata mia madre a spingerlo a non operarsi, anzi, è stato uno dei primari del reparto che essendo un suo amico e compaesano gli ha detto che non aveva poi tanto bisogno dell'intervento. E' stata una telefonata semplice e coincisa, come fra due amici, figuriamoci che il paziente ha anche invitato mia madre a prendersi una pizza insieme. Allora mia madre, ormai certa di non aver fatto niente si è rivolta al sindacalista, che si è occupato di rispondere alla lettera dove specificava che c'era un errore e che se avessero continuato ad accusare ingiustamente, mia madre li avrebbe denunciati. Pare proprio che questa risposta non gli sia piaciuta, perché pochi giorni dopo mia madre è stata licenziata, sotto accuse scritte ( palesemente false ) scritta, pensate un pò, da parte del paziente. Premetto che ultimamente tra mia madre ed il primario non tiravano buone arie, e non è la prima volta che quest'ultimo a sua discrezione manda via qualcuno usando amici o trucchetti poco puliti.

Inutile che vi dica che mia madre è rimasta traumatizzata, faceva fatica a credere a quello che era successo: dopo 30 anni la sua vita era praticamente costruita attorno al suo impiego. Chiaramente non avevamo voglia di fare silenzio e mia madre ha sporto denuncia. Il suo primo grande errore è stato quello di affidarsi all'avvocato che gli è stato concesso dal sindacato (dopo spiegherò perché). Durante le prime due udienze, che si sono tenute a giugno e settembre del 2018, loro non si sono presentati (il primario, l'amministratore delegato e il paziente), e il giudice ha continuato a rimandare la causa fino all'ultima udienza che si è tenuta a novembre, il mese scorso. Pochi giorni prima dell'ultima udienza, l'avvocato di mia madre ha cominciato ad accennare alla sua parcella, nonostante venisse pagata dal sindacato. E infine, il giorno prima dell'udienza, le ha detto "Signora, io discuterò con loro prima della mia parcella, e poi del suo reintegro a lavoro". Lì mia madre non ha potuto fare più di tanto, era il giorno prima dell'udienza, non poteva presentarsì lì senza un avvocato.

E venne il fatidico giorno, da una parte c'era mia madre e i suoi due testimoni, il suo sindacalista e una sua collega, dall'altra il paziente e i rispettivi testimoni, il primario del reparto e il proprietario della clinica (che in quel contesto non c'entrava un bel niente: lui ha ereditato la clinica da parenti lontani e abita infatti molto lontano, e in quel periodo era lì nella sua città). Detto ciò, non ho mai assistito a niente di più vergognoso. A mia madre non è stato concesso di parlare, è dovuta letteralmente stare zitta tutto il tempo, e ai suoi due testimoni sono stati concessi poco più di 5 minuti. La testimonianza della collega di mia madre sarebbe dovuta essere importantissima, perchè lei copriva il turno precedente a quello di mia madre, e il paziente le aveva già parlato del fatto che non voleva operarsi. A quanto pare non è abbastanza, perchè sembra che quest'affermazione non sia proprio stata presa in considerazione, in quanto il paziente l'ha immediatamente negata dopo. Il guidice non ha fatto alcun tipo di domanda ai testimoni di mia madre, cosa che invece ha fatto con la controparte. Tralasciando il disgustoso comportamento del primario, che al momento di parlare ha trascorso buona parte del tempo a complimentare il giudice, (e mi riferisco a cose personali del tipo "sa, oggi è veramente molto bella"). Nonostante le domande del giudice le loro testimonianze erano PIENE di contraddizioni. L'avvocato di mia madre non l'ha difesa, lì ha lasciati parlare nonostante sapesse benissimo come fossero andati i fatti. Infine, il giudice si è rifiutato di ascoltare la telefonata registrata, anzi, l'ha usata contro mia madre come violazione della privacy. Finita l'udienza ormai potevamo solo aspettare la sentenza che è arrivata pochi giorni fa, nonostante sapessimo che ormai non poteva succedere niente di buono. La prima cosa che ha fatto mia madre è liberarsi dell'avvocato e successimante assumerne uno nuovo, che al momento della sentenza ha provato a dire qualcosa in difesa di mia madre ma ormai l'udienza c'era stata ed era troppo tardi. Le ultime parole del giudice che abbiamo sentito sono state "non può farmi cambiare idea", che ha detto all'avvocato di mia madre, sorridendo. E così ha emesso una sentenza senza neanche conoscere la voce di mia madre, che consiste in ben -udite udite- 700€ di risarcimento.

Ho fatto questo post principalmente perchè ormai questo avvenimento ci sta divorando e avevo bisogno di parlarne un pò, niente di più. Ora come ora io mi vedo costretto a cercare lavoro, cosa che probabilmente rallenterà un pò i miei studi, ma pazienza. Chiaramente continueremo con denunce penali per falsa testimonianza e diffamazione, e faremo appello per quest'ultima sentenza emessa, anche perchè almeno ora dalla nostra parte abbiamo il fascicolo scritto dal giudice stesso con tutte le testimonianze false e contraddittorie. So che le tempistiche sono particolarmente lente per questo genere di cose, ma nonostante tutto sono abbastanza fiducioso, cosa che purtroppo mia madre non è, mettetevi nei suoi panni: dopo 30 anni di carriera anche ben pagata adesso per raccimolare un pò di soldi è finita a fare pronto soccorso per pochi spiccioli a 55 anni suonati.
Edit: Un grazie sincero a tutti per la solidarietà, e chiedo scusa se il post è effettivamente poco dettagliato, l'ho scritto abbastanza in fretta. Domani mattina vedo di rispondere ad alcune domande che mi avete fatto.
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La grande guerra degli sconti

Bibliodiversità. In Parlamento si discute di una modifica legislativa che di fatto pone sullo stesso livello grandi e piccoli editori. In Italia ha sempre prevalso una politica dei prezzi nelle mani delle case editrici. Erano loro, fino al 2001, a decidere sconti ai librai e sul prezzo di copertina
Strana logica quella che sostiene l’ipotesi di riforma della legge sul prezzo dei libri. Il Parlamento vuole cioè modificare alcuni articoli di una legge approvata inizialmente nel 2001 e «ritoccata» nel 2011 per facilitare la vendita di libri e contribuire così alla ripresa di un settore in forte crisi e per contrastare le voraci politiche commerciali dell’e-commerce (Amazon e altre imprese made in Italy).
NEGLI ULTIMI ANNI hanno chiuso infatti oltre 2500 punti vendita di libri, determinando la perdita del avoro di 4000 uomini e donne, mentre il processo di concentrazione oligopolistica nella distribuzione e vendita procedeva a tappe forzate. Anche i dati diffusi dall’Associazione italiana degli editori (Aie) sono sconfortanti. Rispetto agli altri paesi europei, lo stivale vede una percentuale del 60% degli abitanti che «apre» un libro l’anno, rispetto a percentuali superiori all’80% in Germania, Francia, Inghilterra. Se poi il dato si scorpora, gli acquisti di libri – cartacei e elettronici – crollano miseramente in Italia. Neppure le vendite online compensano le perdite in libreria. Il tutto all’interno di una paradosso: il ciclo di vita del libro è diventato brevissimo. Si stampano tantissimi libri con tirature sempre più ridotte (un saggio che vende 200-300 copie viene considerato quasi un miracolo dagli editori indipendenti).
Così, a otto anni di distanza dall’ultimo intervento legislativo, il Parlamento è chiamato ad esprimersi non tanto su una politica di incentivo alla produzione e alla lettura, bensì su un aspetto – il prezzo del libro – che certo costituisce una barriera agli ingressi delle librerie, ma non è poi così distante dai prezzi di copertina nel resto del Vecchio continente. Assente per il momento è la discussione sul piano nazionale della lettura e sulle proposte di rafforzamento delle biblioteche come punto di accesso alla lettura.
Le proposte di modifiche presentate nei giorni scorsi – che hanno avuto un consenso trasversale tra i partiti che siedono in Parlamento – riguardano le politiche di sconto che possono essere fatte sia dagli editori che dai librai. In Italia ha sempre prevalso una politica dei prezzi saldamente nelle mani degli editori. Erano loro, fino al 2001, che decidevano quali possibili sconti fare ai librai e di conseguenza sul prezzo di copertina. La cifra stampata sui libri è ripartita tra editori, distributori e librai. La parte del leone la fanno gli editori – dal 40 al 60% va nelle loro casse -; poi arrivano i distributori, che prendono dal 20 al 35%. Il resto – spesso una cifra irrisoria – andava nelle casse dei librai. La politica degli sconti è figlia infatti delle economie di scala. Più l’editore è grosso, più sono alti gli sconti che si può permettere. Penalizzati sono i piccoli editori. Così nel 2011 i legislatori proposero una soluzione di compromesso: gli sconti vanno bene, ma fino a un tetto del 15% del prezzo di copertina. Contenti tutti. Contento nessuno. Perché le librerie hanno continuato a chiudere, mentre c’è stata una riduzione drastica della bibliodiversità: cioè hanno chiuso molti editori, mentre altri sono stati acquisiti entrando a far parte del paniere di grandi gruppi editoriali, che hanno cercato così di rispondere a una domanda di un pubblico fortemente differenziato e che ha caratteristiche decisamente difficili da controllare.
I LETTORI «FORTI» hanno un «palato» spesso sofisticato. Amano lo scrittore di successo, ma seguono con attenzione e curiosità autori e filoni saggistici qualificati come «nicchie», che però danno il ritmo delle vendite annuali. Inoltre il lettore abituale legge più libri al mese – e all’anno – e non segue i flussi di quello che viene qualificato come mass market, il mercato di massa. La vendita dei libri segue cioè le dinamiche di quella «coda lunga» analizzata da un economista di rete, Chris Anderson, in base al quale un mercato funziona bene e garantisce profitti costanti nel tempo se ha la capacità di soddisfare domande fortemente differenziate. Per i libri, significa che ciò che conta, nel lungo periodo, non sono le grande tirature o i best seller ma titoli e autori che vendono con continuità nel tempo e nello spazio.
L’industria editoriale italiana ha seguito strade già sperimentate altrove. Grandi gruppi editoriali, che riproducono al proprio interno una bibliodiversità fondamentale per vendere, ma che spesso sperimentano poco, non hanno politiche da talent scout, lasciando la scoperta di nuovi scrittori e saggisti ai piccoli editori indipendenti, che rischiano molto e che si vedono scippare dai grandi editori l’autore scoperto una volta che ha conosciuto un po’ di successo. Se poi lo sguardo si posa sulla distribuzione e vendita, si vedono aprire negozi di grandi catene gestiti spesso secondo una logica più da supermercato che da libreria.
Le politiche degli sconti nascono proprio in questi supermercati del libro. Applicare uno sconto del 15% è una scelta gestibile da un grosso editore. Meno facile è per un piccolo editore indipendente che deve fare fronte a costi industriali in continua salita, a costi di distribuzione anch’essi in aumento. La proposta di modifica presentata alla Camera, stabilisce un tetto molto più basso degli sconti che di fatto pone sullo stesso livello grandi e piccoli editori. Ovvio che l’Associazione italiana degli editori stia facendo campagna – e operazione di lobby – per modificare il testo in discussione, mentre un moderato giudizio positivo è stato espresso dall’associazione degli editori indipendenti e dal sindacato dei librai.
** SULLO SFONDO** c’è sempre l’ombra, in espansione, delle vendite online. Il cattivo si chiama come sempre Amazon, ma anche altre imprese di vendita online sono state spesso messe all’indice per la loro politica degli sconti. Va detto che Amazon ha sempre rispettato la legge italiana che imponeva il tetto al 15%, ma magicamente il prezzo di copertina si riduceva ulteriormente nelle politiche di promozione del gruppo – le spese di distribuzione praticamente azzerate, l’impegno a consegnare il libro in dodici, massimo ventiquattro ore. Se per i libri ad alta tiratura – il mass market – tutto ciò non è rilevante (basta andare in una catena di librerie per trovare un determinato volume), per i titoli di nicchia o specialistici val bene attendere dodici ore per vederselo consegnare a casa a un prezzo più che scontato.
il manifesto
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Recensione a Paul Corner, Italia fascista. Politica e opinione popolare sotto la dittatura

Recensione a Paul Corner, Italia fascista. Politica e opinione popolare sotto la dittatura
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“A Roma Mussolini poteva dire quello che voleva, ma nel loro territorio erano il federale e i suoi fedeli a comandare” (p. 158). In tempi in cui l’immagine del fascismo e di Mussolini riemergono come punti di riferimento per una società ordinata ed efficiente, questa affermazione di Corner che dipinge un duce semi-impotente di fronte ai suoi gregari può risultare sorprendente.
In realtà, ovviamente, non dovrebbe meravigliare: “monolitico”, “granitico” e “inquadrato” il fascismo non lo fu mai. Sulla base di una documentazione d’archivio straordinariamente ampia, Corner dimostra ampiamente che il fascismo, anche dopo essere passato da movimento a partito e avere ridimensionato lo squadrismo più intransigente e violento nella Milizia, rimase sempre un fenomeno disomogeneo, disaggregato, frastagliato in una miriade di localismi: “la forza dei fascismi locali e le pretese dei loro leader furono una costante fonte di preoccupazione per Mussolini per tutti gli anni Venti” (p. 49). Vera e propria “spina dorsale” del movimento prima e del partito poi ben oltre la crisi Matteotti il fascismo nelle province mostra ampiamente il fallimento del regime nel risolvere i problemi che si era incaricato di risolvere: campalinismo, corruzione, clientelismo… Non uno di questi problemi fu risolto dal regime. Caso mai si aggravarono. Fatta eccezione per poche, limitate zone come quelle dominate da“ras” particolarmente capaci nel crearsi una rete clientelare (Farinacci), nel trovare alleanza con le forze storiche e produttive del luogo e di far arrivare copiosi finanziamenti pubblici (i Ciano a Livorno, Balbo a Ferrara), la turbolenza delle province rimase palese o sotto-traccia, ma non fu vinto mai completamente.
Mussolini non poteva disfarsi della componente intransigente del partito. I settori moderati della società erano grati a Mussolini per averli liberati dall’incubo del socialismo, ma dall’altra parte non erano affatto disposti a stare a guardare nel caso in cui venisse dato campo libero a gente che pensava che il mondo si dividesse “in bastonatori e bastonati, punto e basta” (p. 71). Semplicemente, se il fascismo non aveva la forza per imporre una “soluzione giacobina”, ne aveva abbastanza però da poter intimidire costantemente le élites moderate (pp. 58-59); infatti, almeno fino al 1925, il fascismo intransigente rappresentò “lo zoccolo duro del partito” (p. 67).
Corner fa benissimo a ricordare più volte nella trattazione che la violenza era una componente vitale del fascismo e lo fu sempre, non solo nei primi anni (pp. 71, 78). Per molti squadristi della prima ora il fascismo era azione, e la violenza era un modo per appianare le cose. Se non che la violenza aveva bisogno di bersagli e questa necessità rendeva evidente la debolezza dell’estremismo: una volta annientati socialisti, repubblicani e alcuni gruppi cattolici, con chi prendersela? Attaccare la borghesia poteva anche essere allettante, ma sicuramente ne avrebbe compromesso l’adesione al regime. Stava qui la miopia di “ras” come Farinacci.
Farinacci e Balbo costituiscono due esempi lampanti di come il fascismo fu sfruttato per accumulare enormi ricchezze. La lotta tra le varie fazioni, che dilaniavano la vita politica locale fino alla paralisi di ogni attività politica (come nel casi, più volte documentati dall’Autore di Savona e Piacenza, ma anche altrove) sebbene mascherate da lotte inerenti la “purezza” e la sincerità della “fede” fascista dei contendenti erano in realtà lotte per l’acquisizione del potere a livello locale. Per chi non aveva molti scrupoli le possibilità di far quattrini erano molte e la corruzione era diffusa ad ogni livello. Corner dedica un intero capitolo a questo fenomeno e ne svela non soltanto l’ampiezza e la ramificazione, ma anche le modalità.
Era infatti la stessa conformazione piramidale e verticistica del regime e del partito a favorire lo sviluppo della corruzione. Per salire uno o più gradini era necessario annientare gli avversari e per far questo la calunnia e l’infangare la reputazione dei nemici era moneta corrente: tra le varie accuse, quella di corruzione, di nepotismo, di clientelismo, di scarsa “fede” fascista o di “incomprensione del fascismo” e di una condotta morale discutibile erano tra le più frequenti. Screditare l’avversario significava da un lato attirargli le antipatie della popolazione locale e dall’altro sperare in un intervento da Roma che lo togliesse di mezzo (p. 148). In generale si trattava di accuse che quasi sempre contenevano dosi molto massicce di verità dal momento che nel movimento dei primi anni era presente un alto tasso di criminali e sfaccendati di varia natura di una caratura culturale nulla o del tutto insoddisfacente: il partito fascista era diretto in buona parte da persone ignoranti che avevano trovato nel partito una discreta se non buona collocazione: “la mancanza di personale esperto a livello locale fu un problema che afflisse il regime per tutta la sua esistenza. Nella teoria il fascismo si era dato il compito di rivoluzionare la composizione della classe dirigente [e dar vita a un] “uomo nuovo” fascista. La credibilità del fascismo dipendeva da quanto fosse in grado di mobilitare forze nuove e di distinguersi dalla disprezzata e ormai invecchiata classe politica [liberale]. Senza la mobilitazione di un esercito di sostenitori […] la rivoluzione fascista era destinata a perdere il suo slancio” (p. 97).
Un secondo fattore era dato dal fatto che i fascisti consideravano del tutto naturale il diritto di fare come volevano. Ritenevano di aver fatto e vinto una rivoluzione e perciò il “chi vince prende tutto” costituiva un atteggiamento naturale per molti di loro non solo riguardo agli avversari sconfitti (spesso la casa del fascio sostituiva una casa del popolo) ma anche nelle faccende locali e negli scontri tra fazioni.
Erano problemi gravi per il regime, che finiva per essere screditato e che allontanava le simpatie degli uomini più capaci e onesti. E tuttavia, anche dopo i repulisti avvenuti con la creazione della Milizia nella quale si cercò di incasellare – e quindi poter meglio controllare – le teste calde in un primo tempo, e con lo sfoltimento del partito nella seconda metà degli anni Venti in un secondo, il problema di accontentare in qualche modo le pretese degli scontenti rimase. Affrontarlo significò – di solito dopo brevi periodi di pacificazione tra le fazioni – gettare il problema dalla porta per poi farlo rientrare dalla finestra: dopo poco le dispute si riaccendevano inevitabilmente.
Era inevitabile che le cose andassero in questo modo perché nonostante tutta la retorica sull’importanza dei “giovani” e della gioventù come sinonimo di “fede”, audacia, forza e altri attributi virili, il regime non preparò mai seriamente una futura classe dirigente (p. 101), o quando tentò di farlo la disaffezione verso il partito e il regime era talmente diffusa da essere oramai irrecuperabile (pp. 238-243).
Inoltre, a livello locale i fascisti potevano sentirsi i padroni assoluti, ma non lo erano. C’erano altri attori con i quali fare i conti: c’era lo Stato con la sua imponente burocrazia; c’era la Chiesa, la cui influenza e forza non potevano essere ignorate; c’erano le èlites che detenevano il potere economico e c’era la Monarchia che, con colpevole ritardo, si mosse soltanto quando la situazione si fece disperata. Tutta la retorica del regime non riesce a mascherare il fatto che il fascismo non raggiunse mai il livello di compenetrazione tra Stato e partito come in Germania (dove il secondo finì per essere più forte del primo, vedi pp. 135-39 ).
Certo, in periferia spesso i prefetti non avevano mosso un dito contro gli squadristi quando distruggevano le sedi degli avversari o quando li malmenavano e li umiliavano e ci fu un periodo in cui lo squadrismo fu più forte dello Stato. Ma fu un periodo breve che durò al massimo fino al 1925 quando una serie di leggi riequilibrarono la situazione. Da quel momento in poi essere rappresentanti dello Stato non era la stessa cosa che essere rappresentante del fascio – anche se a Roma si cercò di risolvere il problema delle competenze trasformando “i fascisti più leali” in prefetti (p. 91); in più, la figura del podestà, essendo una carica non rinumerata, veniva ricoperta da esponenti delle élites economiche locali che non avevano bisogno di lavorare. Il dover fare i conti con questi coattori poteva mandare in escandescenze qualche federale, ma nella sostanza il coltello dalla parte del manico l’aveva il prefetto (p. 83, 138). Farinacci aveva tentato, durante il breve periodo in cui fu a capo del partito, di “fascistizzare” lo Stato, ma il suo tentativo di far prevalere il partito fu bloccato da Mussolini stesso (pp. 68-76). Questo non significa che i federali non disponessero di poteri reali e ampi margini di manovra: semplicemente, il loro campo di azione era più limitato rispetto a quanto avrebbero voluto. (Laddove, invece, la collaborazione tra federale, podestà e prefetto funzionava, come a Torino per un breve periodo nei primi anni Trenta, il regime riscuoteva “un senso di gratitudine” da parte della popolazione, p. 205).
D’altra parte il Concordato fu un innegabile successo diplomatico e propagandistico di Mussolini, che si ritrovò elevato a “uomo della Provvidenza”, era però evidente che, mantenendo una certa autonomia e proprie organizzazioni, la Chiesa limitava lo spazio di intervento del regime e del partito.
Per quanto riguarda le élites locali, se in meridione si verificarono numerosi fenomeni di trasformismo (pp. 122-23), nella Valle Padana gli agrari seppero ricompensare coloro che si schierarono dalla loro parte non soltanto quando si trattò di malmenare socialisti e incendiare leghe contadine, ma anche dopo: A Ferrara Balbo, che oculatamente si schierò dalla parte degli agrari, diventò ricco in soli tre anni. Diverso, in parte, la situazione nel triangolo industriale: un uomo-chiave del regime come Beneduce poté permettersi il lusso di iscriversi al partito solo nel 1941 su esplicita richiesta di Mussolini; Agnelli lo fece nei primi anni Trenta.
Il dato che emerge da questi fenomeni è che mantenere in vita questi dualismi significava dover accentuare l’equilibrismo del regime e del partito, del centro verso la periferia. Il “beghismo” rimase a lungo un male endemico in gran parte delle federazioni e delle province del Paese (p. 107). Il potere locale faceva gola a molti e si era disposti a scagliarsi gli uni contro gli altri per accaparrarselo, tanto più che la suddivisione dei poteri tra i vari componenti – prefetto, federale, Milizia ecc. – rimase piuttosto incerta e fluida fino al 1927. Ma anche negli anni successivi, la struttura stessa del regime a cui abbiamo accennato sopra faceva sentire i suoi effetti: il “cambio della guardia”, la sostituzione di un segretario o un cambiamento ministeriale potevano giocare a favore o a sfavore dei singoli: coloro che erano stati espulsi potevano sperare – e brigare – per essere riammessi al Partito.
Nel frattempo il parastato – una stupefacente miriade di enti – e il partito, che ora inglobava altri organismi precedente autonomi, crescevano a dismisura. Erano entrambi fonte di stabilità e di consenso al regime in quanto offrivano lavoro, ma allo stesso tempo dilatavano la burocrazia rendendo opaca, monotona e poco allettante la vita politica.
Abbiamo usato finalmente la parola decisiva: “consenso”. Il sottotitolo del libro è infatti “opinione popolare sotto la dittatura”. Cosa pensavano gli italiani del regime? Come cambiò, se cambiò, il loro parere nel corso del ventennio.
Per scandagliare i sentimenti popolari di affezione o disaffezione al regime Corner si affida a alla consultazione di molti diari e, soprattutto, ad una copiosissima documentazione interna, vale a dire relazioni prefettizie, carte di polizia, resoconti di spie. Corner è studioso troppo esperto e preparato per temere i tranelli che questo genere di documentazione comporta ed ha la lodevole onestà intellettuale di mostrare al lettore il proprio metodo di studio.
La competenza acquisita in decenni di studi (e di frequentazione di archivi) gli consente di muoversi con agilità e sicurezza nel mare magnum di carte che ha studiato. La lente di ingrandimento usata per indagare la società italiana è il partito – del suo sviluppo, funzionamento (o mal funzionamento o non funzionamento). Corner ne studia le dinamiche interne e le sue relazioni interne e in relazione al centro. In questo modo può muoversi sia in orizzontale (per così dire a “raggiera” nelle relazioni e nei rapporti con altri enti in provincia), sia in verticale.
Il regime aveva affidato al partito, il compito di “organizzare, educare e irregimentare la popolazione predicando il verbo fascista per creare le necessarie fondamenta al consenso […] un “ruolo […] centrale nella costruzione dello stato totalitario” (pp. 87-88). Ebbene, la sensazione che se ne ricava – supportata da robuste prove documentarie – è che alle “tare ereditarie” ricevute dall’Italia liberale che abbiamo indicato, il partito fallì la realizzazione del compito che gli era stato affidato: la trasformazione dell’italiano nel nuovo uomo fascista non si concretizzò affatto.
Troppe e troppo stridenti le contraddizioni tra la propaganda e la realtà, tra quanto veniva richiesto (e cioè imposto) e quanto chi si trovava in posizioni di comando faceva mostra spudoratamente quotidianamente: assenteismo, inefficienze, corruzione, posti di comando ricoperti da persone del tutto inadatte (perfino da un “barbiere ubriacone”), favoritismi a donne di dubbia reputazione e compiacenti, lusso sfrenato e ingiustificato, prebende immeritate; per chi era disoccupato o sottopagato (gli anni Trenta furono durissimi in molte zone del paese) era dura constatare la carità pelosa di un pacco di pasta o un vaso di marmellata ricevute da nobildonne ingioiellate…
Dalla documentazione riportata e discussa con argomenti convincenti, emerge letteralmente di tutto; un quadro impressionante – e desolante – di una società che adotta stratagemmi anche sofisticati per mantenere minimi spazi di libertà, se non fisici, almeno di pensiero: iscriversi al partito e al sindacato per avere un lavoro o non essere licenziati, ma partecipare il meno possibile alle loro attività; andare alle manifestazioni “oceaniche” sì, dal momento che era obbligatorio e si poteva ricorrere in sanzioni anche gravi, ma restare in silenzio durante il discorso del capo – o perfino del duce, come fecero gli operai della Fiat –; donare “l’oro alla patria” con la fede nuziale, sì, ma falsa o “impoverita”.
Ciò non significa che il regime, soprattutto in alcuni momenti, non abbia goduto di forme di approvazione o di consenso: “il partito agì in ambiti come il “welfare, le politiche giovanili, il tempo libero, tutte novità importanti […] e con risultati rilevanti sotto ogni profilo” (p. 312 – sul “welfare” però, soprattutto in relazione alla politica vanno tenute presenti le osservazioni di Ipsen: Carl Ipsen, Demografia totalitaria); la creazione dell’impero generò un momentaneo e malinteso orgoglio nazionalistico (p. 221). Tuttavia, argomenta Corner a ragione, bisogna intendersi sul significato della parola “consenso” (si veda p. 208 dove discute la definizione avanzata da Renzo De Felice). In uno stato dittatoriale non essendo i cittadini liberi di esprimersi l’adeguarsi della popolazione alle regole imposte tende diventare conformismo, il che non è affatto sinonimo di consenso. Occorre dunque valutare con attenzione gli atteggiamenti. E nel vagliare le fonti che registrano gli atteggiamenti della popolazione Corner è maestro. Egli è riuscito a creare un quadro estremamente sfaccettato che dimostra il progressivo scollamento via via crescente di strati sempre più larghi della popolazione dal regime che entra in crisi profonda già prima, molto prima della seconda guerra mondiale. Da questo punto di vista non può non balzare all’occhio la stridente contraddizione tra un partito elefantiaco in grado di visionare l’intera società italiana e di penetrare a fondo nella vita privata della popolazione e il distacco sempre più massiccio della gente dal regime. Il fallimento del partito nel compito di creare una nazione di veri fascisti era già evidente nel ’ 39 e in questo sta il fallimento storico del fascismo.
Corner ha scritto un libro veramente eccellente, che unisce al rigore metodologico una prosa scorrevole e di grande chiarezza (grazie anche all’accurata traduzione di Fabio Degli Eposti). Ve lo raccomando.
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Mauro Forno, Informazione e potere. Storia del giornalismo italiano, Laterza.

La storia del giornalismo italiano è stata studiata da un notevole numero di storici e gode di una vasta e spesso eccellente bibliografia. In questo libro Mauro Forno analizzando il rapporto tra informazione e potere affronta in modo sistematico e articolato un aspetto che solo parzialmente è stato finora studiato.
Dopo una succinta carrellata sull’evoluzione della stampa in alcuni Paesi europei, Forno entra nel vivo della trattazione individuando nel Primo emendamento della Costituzione di Filadelfia e nei Diritti dell’Uomo che vietavano la prima la limitazione al diritto di informazione e sancivano con la seconda la libertà di espressione, la nascita della stampa contemporanea.
L’Italia conobbe una prima fioritura di giornali e quotidiani nei primi decenni dell’Ottocento, tanto che lo Statuto Albertino (1848) regolamentò la stampa sotto vari aspetti. Comincia però da questa data un fenomeno di lunga durata che ha caratterizzato (e per certi aspetti caratterizza ancora oggi) la stampa italiana: il “potere di intrusione dell’esecutivo” nelle testate (p. 17), il favorire la stampa “amica” e il vigilare, non di rado con forti pressioni, su quella critica o di opposizione.
Dall’Unificazione al fascismo Lo Stato unitario ereditò la legislazione sabauda che venne estesa a tutta la penisola e i giornali furono indirizzati a sostenere l’azione dei governi e dello Stato reprimendo al contempo le voci di dissenso. Voci per altro modeste e poco numerose dal momento che il Paese era afflitto da un altissimo grado di analfabetismo.
Grazie a questa combinazione la stampa rimase strettamente legata ai gruppi dominanti nel Paese e ai governi i quali si predisposero a controllare la vita interna delle redazioni ponendone il controllo al Ministero degli Interni. Non sorprende quindi di assistere, durante i due ministeri guidati da Crispi, a un reciproco scambio di favori tra l’Agenzia Stefani e il governo: la prima si impegnò a non diramare notizie “lesive agli interessi nazionali” ottenendo in cambio la garanzia di abbonamenti da parte di tutte le prefetture del Regno.
L’età giolittiana è considerata il periodo più liberale e democratico che l’Italia abbia conosciuto prima dell’avvento del fascismo. Sia pure con qualche riserva ho sempre concordato con questa interpretazione. Riserve che, a quanto Forno fa emergere, appaiono motivate. Nel corso dei suoi ministeri, Giolitti garantì finanziamenti occulti alla stampa cosiddetta indipendente per ammorbidire critiche e opposizione. Lo stesso atteggiamento fu adottato da Salandra che nello stesso modo finanziò la stampa affinché favorisse l’interventismo in occasione della Grande Guerra e non ponesse critiche particolarmente incisive in relazione all’operato del Governo che si apprestava ad introdurre alcune limitazioni.
Una volta entrata in guerra i governi si attivarono per neutralizzare la stampa “disfattista” (in particolare quella socialista), introdussero la censura su notizie militari non comunicate da fonti ufficiali. Inoltre, essendo il conflitto un’ottima occasione – ampiamente sfruttata – per gli affari dei maggiori gruppi industriali, questi rafforzarono il loro controllo sulle testate tanto che, a guerra conclusa, avevano realizzato una fitta rete di controlli sulla stampa indipendente. Il ventennio fascista Se è indubbio che una volta giunto al potere Mussolini lavorò assiduamente e con accortezza per sottomettere la stampa alle direttive del regime, d’altra parte si deve riconoscere da quanto detto fin qui che il suo lavoro era, almeno in parte, già incanalato dai governi precedenti. Il regime sottopose la stampa ad un controllo minuzioso e sistematico. Fu un processo che avvenne per gradi e che richiese parecchio tempo per giungere a compimento.
La riorganizzazione dell’Ufficio stampa della presidenza del Consiglio, che divenne il centro dell’azione di governo, sancendo il favore o lo sfavore delle varie testate; raccogliendo notizie riservate su direttori e giornalisti; il ridimensionamento progressivo fino alla chiusura della Federazione Nazionale della Stampa Italiana (Fnsi), in pratica sostituita dal fedele Sindacato Nazionale dei Giornalisti (Snfg) e una politica di accordo e intimidazione verso gli editori dei giornali furono le tappe attraverso le quali il Regime pose sotto il proprio controllo la maggior parte della stampa italiana. A questo proposito l’A. ricorda giustamente che la fascistizzazione della stampa non fu completa. Lo dimostra il fallimento della scuola fascista di giornalismo diretta dal fedelissimo Amicucci e chiusa dopo solo tre anni di attività, e l’ammissione dello stesso Amicucci secondo il quale continuava a sopravvivere una stampa “nazionale” ma non perfettamente allineata al regime (pp. 118-119): furono soprattutto ragioni di prestigio a lasciar libere di scrivere le firme più prestigiose (p. 96).
In ogni caso tra la seconda metà degli anni Venti e i primi anni Trenta il numero delle testate diminuì, nonostante si assista al curioso fenomeno dell’aumento delle tirature. Un fatto dovuto all’intraprendenza e alla inventiva di direttori e giornalisti che si diedero ad una operazione di rinnovamento – nella forma, ma non nei contenuti – per scongiurare la fuga dei lettori, temuta a causa del grigiore e della uniformità delle notizie. Nacquero così rubriche per donne e bambini, impaginazioni nuove con foto a colori, quiz ed altre forme di intrattenimento.
In questo senso e anche per quel che riguarda i rotocalchi l’ispirazione veniva dal di fuori: dalla Francia e dagli Stati Uniti. Questi giornali mantennero un proprio pubblico in quanto rivolte a lettori che si mantenevano distanti dalle questioni politiche e chiedevano uno stile leggero e accattivante.
Stampa cattolica, regime e cultura Dopo l’avvento del regime la stampa cattolica attestata su posizioni schiettamente antifasciste si ridusse ad una manciata di testate. Com’è noto, a partire dal 1923, le gerarchie cattoliche guardarono con simpatia all’instaurarsi del regime ritenendo il fascismo un partito che era stato capace di contrapporsi vittoriosamente al socialismo e che si dimostrava moralizzatore dei costumi.
Tuttavia, l’A. ha ragione nel mostrare il dato essenziale e cioè “la […] presenza [della stampa cattolica] all’interno di uno Stato dittatoriale, con una propria impostazione e con obiettivi sostanzialmente distinti” da quelli del regime (p. 114). Ciò, naturalmente, non impedì alla netta maggioranza dei giornali cattolici di adeguarsi. Mussolini fu attento ad accaparrarsi l’appoggio di queste testate facendo loro pervenire cospicui finanziamenti. In sostanza, “la Chiesa accolse con sostanziale soddisfazione la positiva disposizione del regime a una caratterizzazione in senso confessionale dello Stato, in vista di una restaurazione cattolica del Paese” (p. 116). Non a caso, la massima vicinanza tra regime e stampa cattolica si ebbe in occasione della conquista dell’Etiopia, con la civilizzazione dei barbari, e con la guerra civile di Spagna, contro i comunisti atei.
Con il consolidamento del regime, la terza pagina conobbe un periodo di rigoglio. Molte testate aprirono dibattiti culturali importanti, occupandosi e presentando letteratura europea e mondiale; altre ospitarono scritti e recensioni di scrittori e intellettuali ancora giovanissimi. Sui temi riguardanti la cultura, dunque, le testate più importanti mantennero un minimo di indipendenza, tollerata dal regime sia per ragioni di prestigio e di vantata magnanimità. Un atteggiamento che da un lato, come riconoscevano i fascisti moderati, consentiva ai giornali di tenere alte le tirature; dall’altro scontentava i più intransigenti. Di fatto, il regime si accontentò dell’acquiescenza degli intellettuali e rinunciò ad impegnarsi nell’imposizione di un’arte di Stato.
L’ascesa di Galeazzo Ciano e la creazione del Ministero della Cultura Popolare segnarono una svolta nella politica del regime verso la stampa. Per la creazione del Minculpop Ciano si ispirò alla Germania nazista. Le veline furono lo strumento pratico, le istruzioni diramate alla stampa con le quali il Minculpop orientava, indicava, proibiva cosa pubblicare e come farlo. L’ingerenza del Minculpop divenne tale che trasformò in “puro esercizio burocratico il lavoro dei direttori e dei giornalisti” (p. 125). Nonostante il livello ineguagliato di pervasività, l’efficienza del Minculpop fu tutt’altro che perfetta: il Ministero non si era dotato di un personale opportunamente selezionato e capace; dovendo assecondare gli umori volubili di Mussolini e dei gerarchi e il conseguente timore di sbagliare faceva sì che in molti rinunciassero ad ogni iniziativa. Alla metà degli anni Trenta il progresso tecnologico aveva portato alla diffusione di nuovi strumenti (radio, cinema, cinema a colori) in grado di raggiungere chiunque e di coinvolgere l’intera società, analfabeti compresi. I regimi totalitari furono molto sensibili e pronti ad appropriarsi delle nuove forme di comunicazione di massa per la manipolazione del consenso. Il fascismo intuì immediatamente il potenziale della radio e ne agevolò la diffusione. Dal 1929 furono introdotti i radiogiornali a cui furono affiancate le radiocronache e i discorsi di Mussolini. Nel 1924 nacque l’Istituto Luce: dal 1926 i cinegiornali furono obbligatoriamente proiettati in tutti i cinema prima del film.
La seconda guerra mondiale fu segnata da un uso massiccio dei mass media; controllo e vaglio dell’informazione furono rafforzati e, nel caso del fascismo, si verificò una manipolazione e falsificazione della realtà senza precedenti. Per il regime l’operazione funzionò fin quando la guerra fu favorevole alle forze dell’Asse. Quando la situazione si rovesciò la forbice tra realtà e propaganda divenne troppo ampia per continuare ad essere credibile (vedi le ammissioni di Giovanni Ansaldo, p. 136).
Il Dopoguerra Dopo l’8 settembre numerosi giornalisti presero le distanze dalle testate in cui avevano lavorato (non di rado assicurando fedeltà al giornale) mentre quelli che tornarono al lavoro cercarono di cautelarsi rifiutando di firmare gli articoli o ricorrendo a pseudonimi. Amicucci parlava apertamente di deresponsabilizzazione. È un aspetto sul quale l’A. giustamente insiste portando documenti e testimonianze importanti (pp. 141-43). Le defezioni aprirono i percorsi più diversi: ritorni, allontanamenti definitivi, cambi di fronte.
La stampa resistenziale – dal volantino al giornale murale al giornale di brigata – aveva lo scopo di rafforzare “il senso identitario e di appartenenza del fronte antifascista e di farsi strumento di pedagogia democratica […]. Costante fu anche il suo sforzo di costruire un’immagine della Resistenza come mondo separato e incompatibile con quello nazista e fascista” (p. 144).
Con l’arrivo degli angloamericani riprese via se non la stampa libera, almeno una stampa non più soggetta al controllo asfissiante del Minculpop. I controlli degli Alleati, naturalmente, rimasero (attraverso il Pwb), ma si allentarono con la firma della resa incondizionata.
La liberazione di Roma segna un passaggio importante: l’Eiar fu trasformata in Rai; i giornali si moltiplicarono. Nelle regioni del Nord si pose il problema della sopravvivenza delle maggiori testate compromesse col fascismo. Il “vento del nord”, il rinnovamento portato dalla Resistenza, durò poco: il 1945 conobbe un’esplosione di giornali, ma se alcuni iniziarono un percorso di decenni, quasi rutti ebbero vita breve se non brevissima.
Soprattutto, sia gli Alleati, sia i vecchi proprietari delle testate premevano per far risorgere le grandi testate. In breve tempo riapparvero con nuove titolazioni e partì un’operazione restauratrice che estromise direttori rinnovatori e reimbarcò giornalisti compromessi col fascismo.
La Costituzione introdusse novità importanti, garantendo la libertà di parola e di stampa, ma rimasero in auge provvedimenti restrittivi e le ampie possibilità di ingerenze del governo (pp. 148-49). In ambito giornalistico, “l’epurazione […] fu decisamente blanda” (p. 150): mentre la categoria rivendicava – e otteneva – privilegi e garanzie acquisite durante il ventennio, tutte le maggiori firme tornarono al proprio posto (esemplare il caso di Amicucci, p. 151, vedi le considerazioni a p. 152).
L’A., vede nel passaggio dal fascismo alla Repubblica una continuità riscontrabile in molti settori dell’amministrazione, ma che ha tratti specifici e significativi in ambito giornalistico. C’è un “filo rosso” che lega l’Ufficio informazioni attivato da De Gasperi all’interno del Ministero dell’interno a quelli del periodo liberale: una continuità, dunque, molto robusta e tenace (pp. 153-54).
Nell’Italia repubblicana il controllo politico sulla stampa e sui giornalisti proseguì con l’Ufficio informazioni (alle dipendenze della Presidenza del Consiglio), costruito sulla falsariga del soppresso Minculpop, diretto da un ex funzionario del Minculpop stesso (Gastone Silvano Spinetti). In breve tempo, tutte le vecchie testate – e gli antichi proprietari – tornarono sulla scena.
“In quasi tutti i gangli strategici del settore dei media, nel secondo dopoguerra si espresse […] una diffusa tendenza alla perpetuazione degli uomini e delle strutture” (p. 156). Ad un anno dalla fine della guerra lo schieramento moderato si era nuovamente rafforzato sia nelle proprietà delle testate, sia per quel che riguarda i giornalisti; una situazione che si stabilizzò dopo la vittoria della Dc nelle elezioni del 1948. Gruppi imprenditoriali e bancari si mossero per entrare in possesso delle testate di Napoli, Bologna, Firenze, non tanto per spirito affaristico – la tiratura restava inferiore a quella degli anni Trenta -, ma, “ancora una volta”, per usare la stampa “come merce di scambio politico” (p. 159).
Boom economico Per quanto riguarda gli altri media, furono anni di successo per la radio: il “giornale radio” della sera divenne ben presto un appuntamento fisso per moltissimi italiani. Come per la carta stampata, anche la radio fu sottoposta ad una vigile sorveglianza da parte delle autorità.
Lo stesso discorso può essere fatto per la televisione, subito sottoposta dalla Dc a rigide prescrizioni nella scelta delle notizie e ingessate formalità nell’esposizione delle stesse. Controllo tanto più efficace un quanto essa divenne immediatamente il mezzo principale attraverso cui gli italiani, poco inclini all’acquisto dei quotidiani, traevano informazioni. “Era d’altra parte molto difficile poter ipotizzare un’impostazione diversa da un soggetto in cui erano confluite le esperienze professionali e le tecniche di giornalismo […] formatesi e maturate durante il fascismo” (p. 167). Continuità destinata a durare a lungo nonostante qualche piccola, timida apertura a partire dai primi anni Sessanta. Negli stessi anni la cosiddetta Confintesa (Confagricoltura, Confindustria e Confcommercio), “il principale centro di potere di sentimenti conservatori”, controllava oltre i tre quarti della stampa quotidiana (p. 174). Tuttavia, l’A. ricorda che la costituzione dell’ordine dei giornalisti nel 1963 intaccò in parte il potere assoluto degli editori sulla scelta dei collaboratori.
Con l’affermarsi della Tv “prese progressivamente corpo un nuovo mito giornalistico destinato a una lunga fortuna: quello secondo cui il telegiornale, offrendo la prova visiva dei fatti, non poteva mentire agli spettatori” (p. 169).
Gli anni Sessanta costituirono dunque una svolta: si effettuò in quel periodo il sorpasso della Tv sulla carta stampata: nel 1965 il numero dei quotidiani scese a 86 (erano 93 cinque anni prima), anche se la concorrenza della Tv ebbe il salutare effetto di migliorare il “livello dell’informazione dei giornali” (p. 169).
Il fascismo aveva istituito l’ordine dei giornalisti “per rendere possibile un efficace controllo politico sugli iscritti” (p. 171). “Nel secondo dopoguerra e per tutti gli anni Cinquanta, nonostante la legge provvisoria n. 47 dell’8 febbraio 1948 e l’articolo 21 della Costituzione, una parte della legislazione fascista sulla stampa non fu rimossa”: restarono in vigore articoli del Codice Penale e del Testo Unico di Sicurezza del 1931 (p. 171). Solo con la legge n. 69 del 1963 vennero eliminate alcune disposizioni del tutto incompatibili in una democrazia. Ma l’approvazione della legge 69 non incise in profondità: a distanza di venticinque anni, una buona parte dei giornalisti riteneva essenziali “le relazioni politiche con uomini influenti”, i legami di parentela e l’essere portavoce di personalità legate al potere per l’accesso alla professione e per fare carriera. Va detto, comunque, che si tratta di caratteri riscontrabili in molti altri Paesi (p. 172).
Di questa fedeltà l’A. dà conto con osservazioni puntuali. Negli anni dell’autunno caldo e della contestazione giovanile e studentesca, coincidenti con l’inizio della strategia della tensione, molti organi di stampa furono accusati di alterare le regole del gioco democratico. Erano accuse in parte giustificate o che contenevano una parte di verità: parte della stampa, anche nelle testimonianze di ex giornalisti, era effettivamente a servizio di gruppi di potere economico o politico (pp. 178-79): l’articolo di fondo era “un pezzo tutto impostato per piacere agli «addetti ai lavori»”; il giornalista politico aveva un rapporto di dipendenza e interdipendenza con politici e altri uomini di potere i quali erano i suoi lettori abituali. Quest’uso strumentale della stampa cominciò ad essere vivamente contestato dall’emergente – e poi radicata negli anni Settanta – sinistra extra-parlamentare, dedita a quella che veniva denominata controinformazione. Erano atteggiamenti che reclamavano una diversa deontologia professionale dei giornalisti e si trattò di una spinta che venne in parte recepita, fatta propria e rivendicata dai giornalisti stessi. La subalternità al potere politico ed economico fu pagato a caro prezzo dai giornalisti dopo l’affacciarsi del terrorismo rosso: tra il 1977 e il 1980 una decina di giornalisti furono gambizzati, feriti o uccisi.
Dunque, gli anni Sessanta e Settanta fecero registrare novità e cambiamenti e fortissime continuità. A sinistra nacquero Il Manifesto e Lotta Continua. Per quel che riguarda i grandi giornali si verificarono chiusure di testate storiche, vendite, cessioni, compartecipazioni all’ombra del mondo degli affari e della grande industria. Ancora una volta, “furono […] i finanziamenti dei grandi gruppi industriali e finanziari a garantire la nascita o sopravvivenza di grandi testate”, nonostante l’aumento notevole dei costi di produzione. D’altra parte, per fronteggiare questo problema, la legge n. 172 del 6 giugno 1975 introdusse i finanziamenti pubblici – statali, non occulti, ufficialmente soppressi fin dai tempi del governo Badoglio, ma ancora in auge.
Verso l’attualità Ancora negli anni Settanta la Tv restava ancora sotto il fermo controllo del governo – e quindi del partito di maggioranza, la Dc. In Italia, dunque, la Tv continuò ad essere tenuta “sotto il controllo dell’esecutivo […] solo a partire dalla legge 103 del 14 aprile del 1975, denominata Nuove norme in materia di diffusione radiofonica e televisiva, la caratterizzazione della Rai come «latifondo democristiano» fu concretamente – se pur parzialmente – scalfita. La riforma sottrasse infatti al governo una parte del suo potere di controllo, trasferendolo al Parlamento attraverso la costituzione di una commissione di vigilanza”. Fu l’inizio di un minimo di pluralismo che più tardi sarebbe sfociato nella lottizzazione tra i maggiori partiti (pp. 195-96).
Gli anni Settanta videro l’esplosione delle radio libere e, dopo l’approvazione della legge n. 202 del 28 luglio 1976, anche della Tv locali. Radio e tv sopravvivevano grazie ai costi contenuti di attivazione e agli introiti pubblicitari; avevano tuttavia un bacino di utenza limitato.
La moltiplicazione delle Tv, l’avvento del colore e del telecomando cominciarono a provocare le prime crepe nell’assoluto dominio della Rai e a rovesciare il rapporto tra televisione di stato e cittadini: se fino a quel momento la prima aveva imposto il proprio ruolo pedagogico-politico ai secondi, ora era la Rai ad iniziare a rincorrere i gusti del pubblico. Un pubblico che, grazie alla possibilità di captare emittenti estere, iniziava a fare confronti e a formarsi un proprio gusto. Quando, nel luglio 1976, la sentenza della Corte di Cassazione n. 202 legalizzò le trasmissioni televisive via etere delle reti private a livello locale, si avviò la corsa degli imprenditori al possesso del nuovo mezzo.
Fu Silvio Berlusconi ad emergere. Egli riuscì a “sbaragliare la concorrenza” (p. 200) e in breve tempo riuscì a dar vita a tre emittenti nazionali. La situazione, fortemente anomala, fu legalizzata da una legge nel 1985 dal governo Craxi.
La consistente riduzione dei tempi e dei costi di produzione, favorita negli anni Ottanta dai rapidi sviluppi di nuove tecnologie, come la teletrasmissione e la fotocomposizione, aprì una fase nuova per la stampa, che si diffuse anche nelle piccole città e incrementò gli introiti dei proprietari delle testate. Di fronte a questa situazione, caratterizzata da grandi concentrazioni editoriali e dalla proprietà dei principali quotidiani da parte di pochi gruppi, fu promulgata la legge n. 416 del 5 agosto 1981, con cui fu stabilito il limite massimo e regolamentato l’intervento statale per il sostegno della stampa di partito: una disciplina che dieci anni dopo fu estesa al sistema radiotelevisivo pubblico e privato con la legge n. 233 del 6 agosto 1990. La normativa antitrust non riuscì a scalfire il predominio di poche concentrazioni editoriali. l’A. giunge così a concludere che, con il nuovo millennio, la situazione è rimasta inalterata per la presenza dei medesimi azionisti nelle maggiori aziende dei diversi settori.
Osservazioni conclusive Questa recensione è forse fin troppo lunga. Ma questo Informazione e potere di Forno è un libro importante, oltre che ben scritto e ottimamente documentato.
È un libro che dice molto sulle strutture portanti del nostro Paese, sulla sua classe dirigente, sulla professionalità (in alcuni casi esemplare e cristallina, in molti altri dubbia) di un ceto professionale e su tanti nodi irrisolti della nostra storia. Abituati come siamo ormai a dibattiti che sembrano sempre più una serie di twitt infarciti di banalizzazioni imbarazzanti, questo libro dovrebbe invece essere letto attentamente da chi ci governa, da chi aspira a farlo e anche da noi governati.
Insomma, io lo raccomando. Buona lettura.
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Le credenze economiche degli italiani

Ciao a tutti. Questo thread potrebbe essere molto controverso ma è da un po' che mi chiedo questa cosa e il thread su "Why do Italians leave Italy?" mi ha finalmente spinto di chiedervelo. Spero di non offendere né venire massacrato. Chiedo scusa per il wall of text e vi prego di o leggere tutto o non leggere niente altrimenti potrebbe sembrare una sciocchezza.
La domanda: Perché tanti italiani non credono nel libero mercato nonostante faccia bene?
Vale a dire che tanti sono opposti alle seguenti idee che fanno parte di un libero mercato. Studio economia e ho letto tanti liberi sulle idee liberiste, come "Capitalism and Freedom", "Free to Choose" and "The Road to Serfdom". Queste idee (almeno quella riguardo ai sindicati) sono abbastanza accettate dagli economisti.
Alcune delle idee, applicate alla realtà italiana:
Inoltre in pratica vediamo che i paesi comunisti e quelli che si avvicinano al comunismo (direi l'Italia non è lontana) non funzionano bene mentre tanti paesi che hanno aperto i loro mercati sono davvero riusciti di recente o comunque stanno crescendo tanto. È vero che le aziende private non fanno sempre bene ma il risulto in fin dei conti è comunque migliore della gestione statale. Per il problema della povertà, gli economisti di solit dicono che la soluzione ottima è prendere un po' di soldi dai ricchi e darli ai poveri tramite il sistema di tassazione senza che il governo fornisca servizi tipo sanità. Così c'è sia l'efficienza sia l'aiuto ai poveri. (Per quelli che si chiedono "ma non ci saranno le aziende a fare tanti soldi? Almeno con lo stato non c'è il profitto". Di solito rispondo con l'esempio: meglio che un'azienda fornisce un servizio ad un costo €20,000 e poi si prende €10,000 (costo totale di €30,000) oppure che lo stato lo fornisce ad un costo di €40,000 e magari lo fa bene? (corruzione, inefficienza, inabilità di capire la domanda, ecc.)
Insomma, pensare che il governo possa risolvere i problemi economici dell'Italia è fuorviante. È proprio il governo ad essere il problema. Le persone devono essere lasciate a fare quello che vogliono. Se voglio assumere qualcuno senza contratto e per lui va benissimo perché tanto è disoccupato da 5 anni e è disperato perché il governo dovrebbe impedire questo?!?! Secondo me è pazzesco. (È uno scambio che fa bene a tutti e due e a cui tutti si sono accordati.) Sì, quelli che lavorano nei sindacati e nel pubblico perderebbero ma pensate ai disoccupati che magari avrebbero un lavoro! (Non è possibile che tutti vincano - i soldi sono limitati.) Ho elencato sopra solo le prime cose che mi venivano in mente e ho anche cercato di dare un po' di spiegazione quando potevo per chi magari non è d'accordo.
Comunque se queste cose sopra fossero lasciate al libero mercato in teoria l'economia italiana andrebbe molto, molto, molto, meglio. Non è mancanza di intelligenza a causare il problema di lavoro. (Però se la fuga dei cervelli continua potrebbe peggiorare il problema.)
Non so come ci pensiate voi e vorrei sapere:
a) perché tanti italiani non credono nel libero mercato? secondo me si fregano alla grande a meno che non abbiano già un lavoro nel pubblico o facciano parte di un sindacato. vedasi "in group".
b) cosa ne pensate del fatto che tanti italiani ci pensano così?
c) come la potreste risolvere la situazione economica? (se non ciò detto sopra)
Termino questo thread molto lungo con la dichiarazione che sì, credo in queste idee ma mi rendo conto che la certezza non c'è mai e posso essere completamente sbagliato. Inoltre mi rendo conto che è un tema molto controverso e i miei punti sono a volte teorici. Quindi pongo questa domanda lunga per iniziare una discussione intellettuale e capire le vostre idee per migliorare le mie conoscenze e formare un'opinione più fondata che considera l'altro lato.
Grazie e buona discussione!
Edit: credo che lo stato debba gestire i beni pubblici. (grazie u/LanciaStratos93) Ma capiamoci, Alitalia non è un bene pubblico. Il sussidio beneficava solo i lavoratori di Alitalia, prendeva soldi da ogni altro cittadino italiano, e impediva la formazione di un sistema efficiente che fa bene a tutti. Vi pare giusto?
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Viva la lotta dei proletari della logistica!

Viva la lotta dei proletari della logistica! Venerdì 23 e sabato 24 febbraio i lavoratori della logistica scenderanno in lotta su iniziativa del SI Cobas. Venerdì 23 ci sarà lo sciopero generale contro l’ennesimo contratto nazionale farsa siglato da padroni e bonzi sindacali: un contratto che riduce il salario e aumenta lo sfruttamento, toglie diritti e rende il lavoratore ancora più succube del padrone. Sabato 24 si terrà a Roma la manifestazione nazionale “contro Sfruttamento, Razzismo e Repressione” (concentramento a Piazza dell’Esquilino ore 14), a sostegno di una piattaforma di lotta che contrappone le necessità vitali e urgenti della classe lavoratrice alle necessità di sopravvivenza della marcia società capitalistica. Noi comunisti (m-l) sosteniamo con convinzione questa coraggiosa mobilitazione che denuncia apertamente una legislatura che attraverso i governi Letta-Renzi-Gentiloni ha peggiorato le condizioni di vita e di lavoro di milioni di proletari, che rompe con una campagna elettorale tutto giocata su temi confindustriali, antioperai e razzisti. I facchini della logistica non abboccano alle false promesse dei partiti borghesi e piccolo borghesi, ma lanciano un segnale all’intero proletariato: è la lotta che decide, non le illusioni elettorali! Questo settore è da anni uno dei reparti più combattivi del movimento operaio. Di fronte al loro movimento, che si è allargato con migliaia di scioperi e picchetti contro lo sfruttamento intensivo e condizioni di lavoro bestiali, i padroni, i loro governo e il loro Stato hanno risposto con le cariche, le violenze, le minacce, i licenziamenti e gli arresti dei delegati e dei lavoratori più combattivi. Da parte loro, i sindacati collaborazionisti, oltre a curare gli interessi padronal-cooperativi-mafiosi e i propri tornaconti, fanno di tutto per mantenere i lavoratori isolati, divisi e senza reali prospettive. A costoro purtroppo danno una mano anche diversi dirigenti dei sindacati di base, che si ostinano in una linea autoreferenziale e divisionista che impedisce una più ampia unità d’azione. Il proletariato della logistica non può e non deve essere lasciato solo nella sua lotta. Chiamiamo dunque alla partecipazione e alla lotta il 23 e il 24 febbraio tutti i lavoratori sfruttati, i disoccupati, i giovani senza futuro nel capitalismo, tutti coloro che resistono alle aggressioni governative, all’attacco alle libertà e ai diritti dei lavoratori. Davvero importante è l’appello al fronte di lotta anticapitalista contenuto nel manifesto dello sciopero, un fronte che deve basarsi sulla difesa intransigente dei comuni interessi economici e politici del proletariato, così come su organismi espressi dalla massa lavoratrice e disoccupata (comitati di lotta operai, di sciopero, assemblee, ecc.). E’ solo con il fronte unico di lotta in ogni città, in ogni paese e su scala internazionale che gli operai di tutti i settori, i disoccupati, i precari, possono sconfiggere l’offensiva capitalistica, i disegni reazionari, la politica di guerra, e riprendere la marcia verso la nuova società senza sfruttamento, il socialismo. Per avanzare è importante dotarsi di un grande sindacato di classe, ma il problema principale da risolvere, da cui dipendono gli altri, è la costruzione del partito indipendente e rivoluzionario della classe operaia, lo strumento insostituibile per l’orientamento e la direzione politica delle lotte, lo sviluppo della coscienza e dell’organizzazione di classe. A questo decisivo compito rivoluzionario chiamiamo gli operai avanzati e i comunisti che sentono come proprio dovere ricostruire il Partito e creare un'alternativa comunista. Proletari della logistica e degli altri settori, allo sciopero e in piazza il 23-24 febbraio! Uniamoci, organizziamoci, lottiamo insieme! 20.2.2018
Piattaforma Comunista – per il Partito Comunista del Proletariato d’Italia
www.piattaformacomunista.com [email protected]
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Consiglio amministrazione RAI bocciato piano news proposto da Campo Dall’Orto

Il CdA Rai ha bocciato il piano news proposto dal Direttore Generale Campo Dall’Orto. Fiducia incrinata e probabile azzeramento dei vertici.
Raccontano osservatori dei residui branchi di elefanti che in occasione di imminenti catastrofi ambientali, i pachidermi generalmente si suicidano, con una ritualità precisa che vede gli anziani, sollecitati dalle femmine, assicurarsi che i più giovani seguano il destino deciso, per poi seguirli nell’atto estremo. Non sempre le elefantesse arrivano a darsi la morte.
Con un atavico ritorno alla natura il consiglio di amministrazione della Rai sembra aver messo in scena una macabra rappresentazione del suicidio degli elefanti.
I più anziani, che non mancano in consiglio, sollecitati dalla presidentessa, hanno spinto i più giovani sul ciglio del burrone, spingendo prima di tutti giù il direttore generale Campo dall’Orto. Una scena davvero indecorosa oltre che paradossale. Dopo mesi di retorica sulle nuove linee di comando che avrebbero assicurato al vertice di Viale Mazzini poteri e procedure per guidare il rinnovamento senza dover pagare i tradizionali pedaggi ai casellanti del CdA, ora si assiste allo spettacolo che il più accreditato, internazionalmente, manager del sistema televisivo italiano, viene umiliato e paralizzato da un’allegra combriccola di pensionati e mestieranti inviati in consiglio da singole lobbies politiche per curare i loro affari. Con una presidentessa che non fa mistero di voler sostituire il suo direttore generale con se stessa.
Ora la Rai si trova ad avere il poco invidiabile primato di essere l’unica azienda televisiva europea senza una bussola nel pieno della transizione al digitale, mentre avanzano le offerte multimediali dei competitor privati e mentre anche i possibili partner, come Telecom ed Enel, si stanno mettendo in proprio.
In tutto questo appare singolare il silenzio sostanziale dei giornalisti, visto che il pomo della discordia è proprio il piano di riorganizzazione delle news. L’Usigrai, il mitico sindacato dei giornalisti RAI, dopo aver seguito distrattamente, non senza qualche compiacimento, le prime baruffe in consiglio, che costarono il posto al responsabile del progetto di riorganizzazione dell’informazione Carlo Verdelli, oggi grida al Tutti a casa. Ma tutti chi?
Qui il rischio è che dopo decenni di riforma vagheggiata dell’azienda, e mai realizzata per il continuo bradisismo di veti e sommosse interne, neanche ci si accanisca più sulla Rai, ma, come per l’Alitalia, si arrivi alla conclusione che il carrozzone sia irriformabile.
Il nodo vero riguarda proprio un presidio nazionale, una TV nazione, nel momento in cui la transizione al digitale rende strategici linguaggi ed infrastrutture e soprattutto fondamentale per un paese il controllo di quelle forme di intelligenza artificiale che guidano la viralità dell’informazione. Cosa accadrà se la RAI si afflosciasse? L’Italia potrebbe essere il primo grande paese europeo a non avere più un soggetto proprio, autonomo e sovrano, nel processo di organizzazione dei linguaggi con cui parlare al mondo.
Ma la questione presenta anche un versante politico: il nuovo vertice Rai è stato voluto dall’allora premier e segretario del PD Renzi, voluto ed usato per liberarsi di qualche imbarazzo (Ballarò e TG3). Ora può una leadership politica che si caratterizza per l’innovazione e la discontinuità tornare a centellinare le vecchie lottizzazioni in una Rai che affonda?
Ci si gioca molto della propria reputazione, così come il Paese si sta giocando molto della sua possibilità di mantenersi competitivo nella nuova economia della comunicazione. Mentre gli elefanti barriscono sul ciglio del burrone.
Fonte: News and Coffee
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Uberizzazione o libertà: le ambiguità di Poletti sul lavoro

Innovazione. Perché i sindacati non devono sottovalutare il ministro filosofo Giuliano Poletti che ha detto: «Un contratto di lavoro che non abbia come unico riferimento l’ora di lavoro ma la misura dell’apporto dell’opera. L’ora/lavoro è un attrezzo vecchio che non permette l’innovazione». Oggi, nell’economia on demand, questo significa lavorare a chiamata come nella multinazionale Uber o con le tutele universali, una riforma delle pensioni, del fisco e del Welfare
Dopo avere esposto la sua visione sulla necessità di laurearsi a 21 anni con 97, e non con 110 a 28, perché «i nostri ragazzi si trovano a competere con ragazzi di altre nazioni che hanno sei anni meno», ieri in un convegno alla Luiss a Roma il ministro del lavoro Giuliano Poletti ha esposto una teoria sull’innovazione. «Dovremo immaginare un contratto di lavoro che non abbia come unico riferimento l’ora di lavoro ma la misura dell’apporto dell’opera. L’ora/lavoro è un attrezzo vecchio che non permette l’innovazione — ha detto — Il lavoro oggi è un po’ meno cessione di energia meccanica ad ore ma sempre risultato. Con la tecnologia possiamo guadagnare qualche metro di libertà». Poletti ha anche sottolineato la necessità di inserire nei contratti altri criteri per la definizione della retribuzione che non siano solo riferimento all’ora-lavoro. «Bisogna misurare anche l’apporto dell’opera» ha spiegato. Il ministro ha sottolineato la necessità di lavorare all’introduzione di forme di partecipazione dei lavoratori all’impresa.
Il ministro filosofo legge Hannah Arendt
Dopo le polemiche furibonde provocate dalle tesi sulla competizione tra i laureati, la nuova tesi esprime un inedito livello di complessità. Sembra essere ispirata al celebre libro di Hannah Arendt «Vita Activa» o al più recente «Insieme» del sociologo Richard Sennet. Poletti cita la distinzione tra lavoro e opera, tra attività subordinata meccanica e attività autonoma economicamente dipendente dal datore di lavoro, la «summa divisio» già presente nel diritto romano tra «locatio operis» e «locatio operarum». L’attività lavorativa subordinata obbedisce a un contratto, quella autonoma a un rapporto di mercato e alla negoziazione personale (ma anche di categoria). Questa distinzione è stata trasfigurata dalle trasformazioni tecnologiche, come sostiene il ministro, ma anche da una legislazione che ha moltiplicato il precariato, l’offensiva fiscale e previdenziale contro il lavoro autonomo, la corsa al ribasso di salari, redditi e tutele. Questo Poletti non lo dice, anche perché il «Jobs Act» si muove in direzione della personalizzazione del rapporto di lavoro, la regressione del rapporto salariato al cottimo, al lavoro a chiamata.
Autosfruttamento 24/7
Verso la «uberizzazione» del lavoro, un neologismo che sintetizza l’apporto all’innovazione — teoria evocata da Poletti — da Uber. Nella multinazionale Usa gli autisti freelance mettono a disposizione la macchina e rispondono alle chiamate dei clienti via app. Un modello diffuso anche in altri settori. Se così fosse intesa, la teoria del ministro-filosofo sarebbe l’ultimo fendente ai contratti nazionali e il passo successivo all’abolizione dell’articolo 18. I parametri con cui sarà valutato il lavoro cambieranno di persona in persona, eliminando la possibilità di creare rivendicazioni e difese collettive nell’economia «on demand» basata sulle forme più estreme di «work on call». In Italia ci sono i «voucher», buoni orari ma senza una precisa definizione che leghi la prestazione richiesta con la retribuzione. Il lavoro puntiforme, discontinuo, a singhiozzo dei lavoratori «a scontrino» è solo l’ultima forma di un lavoro senza diritti né tutele in cui il parametro «ora/lavoro» è superato nei fatti, e non da oggi.
Basta andare nei supermercati aperti 24 ore su 24, un modello produttivo diventato stile di vita: quello del capitalismo che non dorme mai, scrive Jonathan Crary nel libro 24/7. Non siamo più allo sfruttamento del capitale, bensì all’autosfruttamento. Il tempo di lavoro non è più standardizzato, ma si è impadronito della vita. E della volontà dei singoli che interagiscono sempre con la produzione immateriale. La cooperazione, e persino il respiro, sono stati messi al lavoro per altri. Si è infelici e sfruttati, ma sempre disponibili ad apparire. È la logica di facebook nel mondo reale.
Le alternative nell’innovazione
La tesi, già nota per le sue conseguenze, potrebbe essere interpretata all’opposto. Se il valore va determinato nell’opera (la prestazione) e non basta il parametro orario per misurarlo, si possono istituire tutele universali come il reddito (minimo o di cittadinanza), una riforma del Welfare o del fisco in senso universalistico. Le alternative sono presenti nel dibattito sull’innovazione.
La prima accelera verso il modello del cottimo postmoderno: lavoro a chiamata via internet, servizi personalizzati, dipendenza assoluta della persona dal mercato. La seconda non rinuncia a un cambiamento generale della società, ma parte dal basso, ragiona pragmaticamente: prima delineare un nucleo di diritti sociali validi per tutti, nel frattempo introdurre norme per elevare le retribuzioni del lavoro e le tutele nella società.
È il caso di applicare quest’ultima alternativa, senza perdere la connessione tra una riforma del mercato e l’introduzione di un welfare universale. Obiettivo in fondo modesto e difficile, difficilissimo, visti i rapporti di forza oggi. Ma necessario.
La sottovalutazione dei sindacati
La reazione dei sindacati ieri ha seguito, non senza ragioni, la prima alternativa contenuta nella tesi di Poletti. Poletti è intervenuto, indirettamente, sulla questione del contratto. Del resto è seduto su una polveriera, qualsiasi cosa dica produce reazioni catastrofiche in rete o tra le parti sociali.
«È molto meglio che il ministro Poletti si concentri sulle politiche attive del lavoro o sull’abuso che si sta facendo dei voucher — ha affermato il segretario confederale Cisl Gigi Petteni — piuttosto che dare indicazioni sul modello contrattuale. Poletti lasci lavorare i contrattualisti del sindacato e le altre parti sociali sulla riforma dei contratti e sulle forme di partecipazione dei lavoratori. Il ministro farebbe bene a portare a termine la riforma del lavoro su cui molti punti sono ancora da chiarire e da attuare per offrire nuove opportunità di lavoro ai giovani, combattere il precariato e gli abusi».
A parlare di “liberismo sfrenato” è Carmelo Barbagallo, segretario Uil. Ho la sensazione — ha detto — che si vogliano far passare per idee di modernità concetti da liberismo sfrenato. Un ministro del Lavoro non può pensare di affrontare temi del genere con annunci spot ad uso giornalistico. Se vuole affrontare questi problemi, noi siamo disponibili a sederci a un tavolo, ma cominciamo dal tema della partecipazione e poi, eventualmente, vediamo se per alcuni specifici lavori si possa ragionare secondo differenti logiche».
La reazione più interessante, per quanto riguarda l’immagine del lavoro e la sua cultura, è arrivata dalla segretaria Cgil Susanna Camusso: «Bisogna smettere di scherzare — ha detto — quando si parla di lavoro». «Ho la convinzione che Poletti stia cambiando il ruolo del lavoro nella vita delle persone». . «Bisogna smettere di scherzare quando si parla di temi del lavoro bisogna ricordarsi che la maggior parte delle persone fa un lavoro faticoso: nelle catene di montaggio, le infermiere negli ospedali, la raccolta nelle campagne, dove il tempo è fondamentale per salvaguardare la loro condizione».
Il perimetro culturale della Cgil
L’affermazione di Camusso è realistica e, allo stesso tempo, sottovaluta la portata delle tesi di Poletti. L’ora di lavoro sganciata dalla retribuzione, l’aumento dello sfruttamento, è un problema in tutti i settori indicati. La sua visione rivela un’idea di lavoro parziale, riservata al mondo del lavoro dipendente, manuale, agricolo, lì dove il lavoro è erogazione di energia meccanica. Niente di male, ma è parziale. Oggi lo sfruttamento è altrettanto intensivo nei settori dove il lavoro è relazionale, mentale, informatico.
La scelta dei soggetti del lavoro — effettuata per sintesi, non programmaticamente — non considera il problema di Poletti: immaginare nuovi strumenti contrattuali che tengano conto dei cambiamenti tecnologici. A parte il fatto che tali cambiamenti interessano anche i soggetti indicati da Camusso, l’esigenza “culturale” di Poletti dovrebbe essere raccolta al volo dai sindacati e non solo da loro.
E invece no. Si ripete una costante degli ultimi venti o trent’anni. I sindacati si rifugiano nel perimetro contrattuale dove cercano di portare alcune delle categorie dei “nuovi lavori”. E’ una buona idea, lì dove è possibile ridurre a contratto l’opera di un lavoro che non è salariato. Ma è insufficiente. Il rischio, anche a questo giro, è che lascino il campo libero agli attori che hanno gestito rovinosamente il passaggio dall’epoca del lavoro salariato a quella della precarietà generalizzata. Oggi esistono almeno due generazioni di apolidi del lavoro e del non lavoro, cittadini e non cittadini banditi dalle tutele superstiti della polis: il quinto stato.
La reazione difensiva dei sindacati non promette nulla di buono. Questo atteggiamento ha bloccato, nei fatti, la crescita di una costituzione civile e sociale più avanzata rispetto alla tradizionale rappresentanza dei corpi intermedi fordisti. Innumerevoli sono stati, e continuano ad essere, i tentativi di auto-organizzazione del lavoro indipendente, autonomo, precario. Si sono sempre trovati da soli davanti all’aggressività dei governi e alla rapacità degli imprenditori e di una società brutale. Non che i sindacati possano risultare risolutivi, ma una migliore comprensione della grande trasformazione potrebbe aiutare tutti, anche loro.
Lasciare il campo alle politiche del governo Renzi sull’innovazione può trasformarsi in un nuovo tragico errore.
il manifesto
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